​L’ora scocca sempre fra gli anticipi ed i ritardi che snocciala il tuo calendario alla mia meridiana genuflessa all’ultimo piano illuminato dai tuoi occhi solari sfuggiti alle orbite dei miei satellitari compassi o quanto rimane di vivo ad ogni mio congedo quando perdo la figura insieme alla tua e così resto disfatta come il letto del fiume sino ad ogni nostra foce quando ciò che mi scuote non è che l’oceano mare della tua parola adamitica nel più vivo dei peccati di banchettare a verbi di esperanto che mi incatenano oltre il solipsismo dei miei dialoghi interiori là dove tu oltrepassi il mio confine oltremodo cinto dall’abbraccio di ciò che tu sai quanto io sia nella trincea valicata dal mio amore che nel tuo azzardo si fa nome di creatura che ancora vive  caleidoscopiche fughe musicali e adora il tuo verbo che nel segreto gioco fra la mia domanda muliebre in movimento e la tua risposta che serve il numero esatto delle nostre conoscenze mi fanno sapere il plurale di me stessa ché è di nuovo noi essere mondo unico eppure a noi molteplice