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Su un piano estremamente generale si potrebbe dire che il termine “poesia” è iperonimo (o iponimo) di sé stesso, per più aspetti. Ciò che interessa ai fini del nostro discorso è anzitutto l’ovvia constatazione per cui in sé la prosa esteticamente connotata è soltanto il corpo fonico della struttura mediale che la poesia ha acquisito, accanto al verso, con il passaggio dall’oralità alla scrittura, in una remota fase dell’evoluzione della medialità umana. Un ulteriore tratto originario della poesia è il suo discorso di riuso, unito al suo tessuto metaforico non ripetibile: una trama di one-spot metaphors, alternativa alla metaforizzazione replicabile, automatica, del linguaggio ordinario nel suo uso ordinario. Va tenuto presente che le metafore ordinarie del linguaggio ordinario hanno una remota radice nel biologico, nel sistema di associazioni ideativo-percettive che l’uomo, come organismo vivente, costruisce come basi della sua esperienza sin dalla culla. L’evoluzione linguistica o segnica del tessuto metaforico implicito in questo sistema ideativo-percettivo è un processo consueto, nell’esperienza individuale. Quel peculiare atto linguistico che si proponga come riprocessamento di aree ampie e fondamentali del tessuto metaforico dell’esperienza comune, al di là della bruta crescita individuale, è una espressione poetica. Per questa ragione l’espressione poetica ha origine in un contesto sciamanico, magico-religioso -si vedano tanto il vecchio aforisma di Borges secondo cui la poesia è un gioco di esercizi magici, quanto gli studi etnomusicologici e comparatistici che indagano la natura della connessione fra funzioni sacerdotali e forme poetiche o preletterarie nelle culture primitive. In effetti, la poesia riorienta il mondo. Le diverse poetiche individuali, all’interno di uno spazio letterario determinato, cercano poi di costituire per questi connotati generici un volto storicamente definito e plausibile in un certo tempo: una tipica storico-culturale del giudizio estetico-letterario che renda concreto -e dunque sensato- il lavoro poetico. In senso lato, tuttavia, riorientamento metaforico dell’esperienza e connotato “teurgico” del testo poetico restano nel sottofondo: il poeta dotto può storcere il naso, ma forse non è peregrino pensare che l’ambigua ricezione che la poesia ha oggi, fra marginalità di mercato e fascino perverso che induce quasi tutti a volersi avventurare nell’oscura terra del versificare, sia la versione 2.0 dell’ambiguo trattamento che l’uomo tribale riserva a chi traffica col soprannaturale vero o presunto: rifiuto e disprezzo, interesse e curiosità.

Ciò detto, veniamo a quanto attiene all’aspetto più vistoso di quello che io personalmente metto in versi: questa mia strana restaurazione metrica rimasta abbastanza in sordina -non è che abbia poi gran pubblico anche nella nicchia ristretta della poesia vera o presunta- fra più o meno vago rifiuto e più o meno vaga curiosità. In parte essa nasce come correlato della mia attività di traduttore di poeti di lingue antiche e da una riflessione sulla ricezione impropria che il testo poetico tradotto ha fra noi quando la sua struttura ritmica, che è la sua espressione mediale, viene ridotta a rigo di prosa -riflessione che mi ha portato a cercare di tradurre poesia ricostruendo forme. Tradurre ricostruendo forme, nel contesto della traduzione industriale, è considerato un’eresia per molti aspetti, fatta salva qualche occasionale eccezione. Si ricorre al ripetibile stico alineare. Ma appunto questa domesticazione soprasegmentale del testo dovrebbe indurre in sospetto. Se c’è una politica del tradurre, dell’interpretare un testo, e una politica del ritmo (cito Meschonnic, in modo improprio), c’è anche una politica generica dell’hermeneia intesa come procedura di interpretare il testo altrui ma anche il proprio modo di tessere il linguaggio (interpretatio come interpretazione e stile). Una politica dell’hermeneia a ritmo debole, o senza identità ritmica, è una politica dell’hermeneia che vuole ridurre la poesia a procedura ripetibile. Ovviamente non sto accusando il poeta di versi liberi o atonali di essere asservito a un sistema di produzione in serie per palati proni al banale. Sto affermando però che dal mio specifico punto di vista uno dei modi più efficaci di effettuare la mia individuale coupure épistèmique col discorso di consumo, anche con quel particolare tipo di discorso di consumo che è la (para-)letteratura di grande mercato, è una ristrutturazione del ritmo -non necessariamente così tradizionale come sembra -quale dimensione mediale insopprimibile del testo in versi. Inoltre non mi sono mai piaciute le cartoline postali rimaste inesitate nel mito totalizzante dello scriptum come obliterazione della voce a testimoniare l’assenza di un’assenza. Che lo si voglia o meno, un testo che abbia scopo estetico -riesca o no lo scopo -è una volontà di presenza.

Daniele Ventre