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CAPITOLO I

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno ma senza la cassa per il, tra due catene non interrotte di monti e scelte civiche, tutto a seni di bunga bunga e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi (causa crisi economica), e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par quasi un modellino di quella Grande Opera a unir Cariddi e Scilla che incide sulle tasse, ma che nessuno infin poi costruirà.
Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, e all’uso e costume italico che rese gli Emili Fede e i Bruni Vespa audience obbligatorio in tv, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa per dissesto idrogeologico.

Si racconta che il principe di Condé di Montezemolo dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi, e anche la notte prima degli incontri tra confindustriali: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina.
Il presidente traghettatore del PD in vece non sapeva altro ancora se non che l’indomani sarebbe giorno di battaglia.
Confidare a Renzi l’occorrente. “Vedremo, – diceva tra sé: – egli pensa a essere leader del Partito; ma io penso alla pelle: il più interessato son io”.
Lo Renzi o, come dicevan tutti, Renzi non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi alle primarie, v’andò, con la lieta furia d’un sindaco giovine, che deve in quel giorno far sua la Direzione. Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ compagni, ed esercitava la professione di filatore di seta (nel senso rinogaetaniano dell’ “E filava filava”, che come sappiamo il crotonese Autore riferiva alla precedente DC).
Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; l’immigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese; ma per tutti i tempi si prospettavan cupi, a sentir quanto dicevano le agenzie di rating.
Comparve Renzi davanti al Direttivo del PD, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo aifon bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, per rinfacciare la propria giovinezza ed immacolatezza agli occhi stolti degli imbelli elettori.

– Di che volete parlare?
– Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?
– Oggi? – replicò D’Alema, come se ne sentisse parlare per la prima volta. – Oggi, oggi… abbiate pazienza, ma oggi non posso.
– Oggi non può! Cos’è nato?
– Prima di tutto ho i baffetti storti, vedete.
– Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica…
– E poi, e poi, e poi…
– E poi che cosa?
– E poi c’è degli imbrogli.
– Degl’imbrogli? Che imbrogli ci può essere che non siano normali, in questo paese imbroglione, e in un Partito, poi, perdipiù?
– Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s’ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de’ rimproveri, e peggio.
– Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è.
– Sapete voi, Renzi, quante e quante formalità ci vogliono per dirigere i servizi segreti?
– Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa, – disse Renzi, cominciando ad alterarsi, – poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?
– Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora… basta, so quel che dico. Noi poveri ex primi ministri bombardatori di Belgrado siamo tra l’ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori… basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.
– Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.
– Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
– Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
– Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, porcellum, suspicio, condicio, Si sis affinis,… – cominciava la Finocchiaro, seduta alla destra di D’Alema, contando sulla punta delle dita, e pareva Lotito.
– Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine Renzi. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
– Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.
– Orsù!…
– Via, caro Renzi, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di guidare i Democratici per rispondere a Grillo…
– Che discorsi son questi, signor mio? – proruppe Renzi, con un volto tra l’attonito e l’adirato.
– Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.
– In somma…
– In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge elettorale non l’ho fatta io.
– Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?
– Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due de pedis.
– Le ho detto che non voglio latino. E che vorrebbe ch’io facessi?
– Che aveste pazienza per qualche legislatura. Figliuol caro, qualche legislatura non è poi l’eternità, tanto più se creiamo crisi di governo sempre più frequentemente, e lei in questo mi par potra far la sua parte: abbiate pazienza.

(continua) —

(c) Apolide Sedentario – Manzone Ramingo 2013