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ipercoopLOGOARCOLAIOIn margine ad ASFALTO ROSA

 

di MIRKO MIROSLAV SERVETTI

 

 

 

“Un bacio ad apparir bocca di un cobalto…”

 

 

I

 

Quando il linguaggio cessa di esistere nella sua forma servile, vien meno anche il sistema difensivo sul quale si instaura la sintassi. Non c’è più un tempo vuoto e omogeneo da riempire con le sedimentazioni dell’esperienza e del significare. Dissenso dal parlare, allora: da cui scaturisce una scrittura inattesa, impossibile, costellata di ricordi senza alcuna presa sulla memoria (Ho cambiato il colore dei miei occhi su una pagine di legno che frutta marciapiedi per i sorrisi mai recapitati alla posta del mio cuore a trampoli  1). L’ora, in stato di quiete e di non coincidenza con ilpresente, viene incontrato dal ricordo al di fuori di qualsiasi durata (Lui è un trompe l’oeil, che vedo solo io e che esce dal foglio con la mano aperta a portarmi il saluto delle parole turchine 2). L’ebbrezza, il senso di essa, insita nel complesso della raccolta, è il tempo senza mondo in cui esso emerge.

 

II

 

Non si ha alcuna tessitura testuale dell’inconscio, alternativa a quella della memoria, perché è l’Altro da ogni tessitura ciò che viene a ritmarsi nel sussulto intermittente della Surrealtà (Scivola senza sosta/sibilando serpentina/questa mia lingua srotolata/sulle soglie stridenti/di un senso selvatico 3). E non è più all’interno dei “programmi” che accade l’incontro, folgorazione accecante (ché in quanto folgorazione, rivela la celata ‘seconda vista’ quale fattore di ‘ebbrezza’) dell’essere    flâneurperduto nella giungla anamnestica della meraviglia (ti strangolerò/con del filo -/il filo del/discorso/spezzato in/ogni briciola/del tuo silenzio – 4).Il frastuono delle barriere  si smorza, rimane soltanto un ‘brusìo’ insistente, fuori campo, estraneo al campo visivo del mondo. La scrittura di Francesca Canobbio si manifesta come sorta di ierofania profana che disattende la salvezza del libro, arrischiandosi nell’opacità del ricordo fin dal primo istante, utopia dell’umano imbroglio delle parole che vorrebbero restituirne il volto, se non il senso  (Quando ti prende il sentimento/e l’alibi hai perso/sul tuo stesso cadavere 5). Scrittura come ‘malattia mortale’, frammento apolide nel deserto muto delle metropoli e dei luoghi ‘di senso’, sussulto che squassa la gola. Follia dell’inorganico, forse, o trasparenza che si risolve in un nulla da vedere, tranne il vuoto che complotta, insistente e invisibile, erodendo la compatta vanità dell’esserci (Il profilo dell’assenza/è abuso della maschera/è metafora che moltiplica/il carnevale dell’ombra/… 6).

 

                                                                                                                Mirko Servetti

 

 

Indice delle citazioni

1)                da “Quella risata che parte dalla fine”, pag. 27

2)                ibid. pag. 28

3)                da “Sonora”, pag. 43

4)                da “Accento minimo (del plagio)”, pag. 60

5)                da “Quando ti prende il sentimento”, pag. 61

6)                da “Il profilo dell’assenza”, pag. 85

da Arcolaio.ning
http://arcolaio.ning.com/profiles/blog/show?id=4508738%3ABlogPost%3A22293&xgs=1&xg_source=msg_share_post

 

 

 

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