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“Rapsodia di Satana” (1920) – Nino Oxilia

Mi svelasti delle tue coste accavallate su una pagina ancora chiusa ch’ora io t’introduco con le onde di una prosa di mani oceaniche  che esondano argini e si propagano concentriche al plesso del nodo di una tela di bastoni dritti coralli rossi la barriera che io sfondo sul fondo pirata dell’alto, del basso, di cartografie di piedi e di podi di nodi e di nodi nella mia tessitura a miliardi di luce di suono di tuono predetto dal fato di un segreto nato nel ventre nel mentre s’accoglie il reato di un ratto e resti rapito incantato dal fiato sospeso strozzato dal giro di boa del serpente sibilante che t’ha sigillato, siglato, sussurrandoti notti e notti ancora e ancora al viaggio calato che t’avrebbe portato nella terra del nostro peccato che avremo sorvolato e poi ancora sceso, scalato, nel colore e nel suono, nel timbro
di un vincent dall’auricolo mozzato, spiraliformi stelle del creato che estorcono il fiato per portarlo lontano fino al coro serafico di un santo dalle reliquie custodite del ventre di una rocca che benedicono l’acqua con cui berrai il mio vino robusto, fusto di legno pregiato calafatato per rotte ebbre di battelli a divenir e dì venir completo fra folle lunatico fanatico solare estatico da morire dal ridere questa temperatura e temperanza e temperamatite e temp’ era matite e temp’ era e per giove se pioverà
sulle galline e sulle uova di mamma e papà al latte di una poppea dovrai la poppa e la flotta sempre in rotta con i mari e al vincitore della regata una regalata poltrona sul jet del jek pot pourri

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