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qui The Graceful Ghost.

Il ticchettare della pioggia sui vetri a lungo andare avrebbe potuto risvegliarlo.
“Mi occorre tempo” – disse a un tratto l’inconscio – “non so quanto, non ho ancora cominciato”
“A me lo chiedi?” – gli rispose l’udito – “non è una cosa sottoposta al mio controllo”
“Mi serve il mare, devi darmi il mare allora. Puoi farlo questo, l’hai già fatto molte volte”
Condussero una veloce trattativa, convergendo le apparenti divergenze. Discussero d’impedimenti e tolleranze, e di occasioni già bruciate nel passato. Tracciarono una mappa operativa.
Gesuitico, rivolgendosi alla pioggia, l’udito, che le parole snocciolava (col tempo, infatti, ne aveva incamerate d’ogni foggia, sapore, suono e sfumatura), s’appellò alla purezza del sacrificio, al numinoso, alla parte per il tutto, al concetto di profonda abnegazione, ed insomma, riuscì a cooptarla nel progetto.
Fu concordata la seguente strategia: niente rumori molesti innanzitutto. Astenersi dalla grandine e dai tuoni. Ben accetta la pioggia d’ogni sorta: rada, fitta, sottile o a goccioloni. Nondimeno non avrebbero stonato, purché costanti in quanto a frequenza e vigore, sgrulli scrosci rovesci e scatarrate. L’udito avrebbe filtrato, equalizzato, rimodulato in uscita tutto quanto per simulare quanto richiesto dall’inconscio.
Il patto fu sancito da un sorriso, da un percettibile tremore di ciglia, fu sottoscritto dal tragitto d’una mano che, pigra, s’intrufolò sotto un cuscino. S’entrò allora in un luogo di nessuno: lungo, oleoso, denso d’ombre e di lentezze. Nel sottofondo gli scrosci della pioggia risultavano sospiri di risacca. Il persistere d’un certo ticchettare cominciò ad affacciarsi alla ribalta. L’inconscio evocò due mani affusolate, dita nervose e veloci, una tastiera, balenarono segni d’interpunzione, martelletti, un alfabeto, minuscole sotto, maiuscole più sopra. S’intravvide il tamburo, la velina, qualche foglio di carta copiativa, la leva di ritorno del carrello, una foto con il volto d’una donna dal sorriso quando ancora nulla è detto.
Una serie di rovesci un po’ più intensi stimolò nuovi tragitti da sondare: il fondo appiccicoso d’una tazzina, il grigioazzurre declivio di volute scaturito da una cicca appena accesa, sassi, bottoni, minutaglia, dei pupazzi, un giocattolo bell’e sgarrupato, cavalli a dondolo da montare per finta, libri confusamente accatastati. Su un tavolino – o meglio – su un tris di tavolini.
Infine fu il montare d’una marea.
“Dammi un’onda che le contenga tutte quante”
“Che significa? Fammi capire. Che vuoi fare?”
“Una cosa. Ho pensato una faccenda”
“Dimmi”
“Mi dai un’onda che le contenga tutte quante. La scateniamo e chiudiamo la baracca”
“Cazzo dici? E la pioggia? E tutti gli altri? Ho fatto un patto con la pioggia, non ricordi?”
“Reni, fegato, polmoni (polmoni ade’, due palloncini rinsecchiti) stanno attaccati a una macchina. Al cazzo gli hanno messo un tubo dentro. Gli occhi ci sono o non ci sono fa lo stesso. Chi c’è rimasto, il cuore? Un perfetto imbecille. La pioggia? Frega un cazzo, punto e basta. Dammi un’onda che le contenga tutte quante; dammi retta, siamo gli unici rimasti. Per ogni altro le parole sono rumore”
Il vecchio era su un fianco. Accucchiaiato. Certificarono la fine nella notte.
L’infermiera era soltanto una ragazza che svolgeva il tirocinio in quel reparto.
Troppo giovane per saperne di distacchi. E tantomeno di derive senza peso.

da calmafdd

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