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http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/586-Massimo-Pastore-Cabine-a-gettoni-e-altre-poesie.html

massimo pastore

Massimo Pastore è uno che aveva pensato di smettere di scrivere, cosa che depone a suo favore, a volte bisogna averceli certi dubbi, e invece molti altri che quella incertezza dovrebbero avercela proprio non ce l’hanno. Ma quella di Massimo non era un’autocritica, e poi comunque per fortuna ci ha ripensato. No, voleva smettere perchè per lui la poesia è dolore. Dolore sia espresso in versi, sia sofferto a scrivere.  Ma come sappiamo, di “dolore” ne son piene le fosse (poetiche). Poi bisogna vedere quale, se ha dignità poetica.
Massimo è poeta figurativo e cantastorie (v. QUI) come tanti musicisti della sua terra ligure. Ma anche un romantico depurato da romanticismi, uno che piace alle donne, un acido che a qualcuno può dare imbarazzo.  Non ha eccessivi pudori, e un poeta non dovrebbe infatti averne. Certo a volte indulge, un pò posa, fa il maledetto. Ma a suo credito va detto che non parla, come altri, per sentito dire e se questo non bastasse è uno che osa, nel linguaggio, nell’invenzione metaforica.
Mi ha mandato un po’ di poesie. Gli ho risposto dopo qualche tempo: “Caro Massimo, eccomi qua…purtroppo ho avuto poco tempo ultimamente. Ho letto le tue poesie. Potrei dire in una battuta: da Bukowski a un Ginsberg eterosessuale, ottime per essere lette in pubblico, attorializzate col corpo, sputate addosso alla gente. E’ questa la tua cifra, insieme a una ferocia o rabbia di fondo che a volte non controlli (e forse è giusto così). L’amore è una materia difficile, in poesia come nella vita (se esiste una differenza tra le due cose). Anche feroce, appunto, specie se è quasi soltanto scontro di carni, di quella maniera infantile di conoscere che è il tatto e la ferita. Alcune poesie sono molto buone, altre meno (ma solo perchè, mentre tutto fila liscio, ogni tanto d’improvviso ci infili qualcosa come per dispetto o per posa), altre no. Altre coinvolgenti, quando (es. Rame o Confesso) ti ricordi di avere un cuore lirico da qualche parte. Ma, a parte tutto, da tutto questo magma emerge un bella stoffa. Se riesci a mettere d’accordo potenza e controllo (come in quella pubblicità di pneumatici) sei a posto!”
Poesie di amore e morte, intesi non tanto come polarità topiche consunte quanto come luoghi narrativi dove il dolore si palesa e mostra la sua maschera. Amori che non durano, un pò esibiti e hors de scène, carnali e di una sottesa violenza sempre borderline; la morte del padre, sempre presente anche quando non espressamente citata, elaborata in particolare in un intenso testo in prosa che qui non ho voluto pubblicare, una autentica elegia rap. E anche squarci urbani o interni giorno in cui si vive velocemente e senza meta e velocemente si scrive come se fossero graffiti, una lingua con i suoi codici, la sua anarchia, le sue distorsioni. Poesia che può piacere o non piacere, senza vie di mezzo. Ma che non passa inosservata.
(Giacomo Cerrai)

CABINE A GETTONI

Drammi suicidari in cortili d’amore spia
a insudiciare con mani e cazzi e getti telescopici
il severo divieto di giocare alla palla
quando avevamo quindici anni
quando andava di moda arrotolarsi la giacca sui fianchi
o piombare giù da tombini bocche del cielo
gridando –mio dio mio dio perchè mi hai lasciato–           
mentre padri parenti e amici facevano la coda
per prenotare lobotomie e grazie e metadone
annuendo come cavalli sedati cavalcati da sporche porzioni di mondo
cavalli di pietra sodomizzati da fibre di cotone e filigrana
oh, i tuoi ragazzi tremano negli androni “scatafasciati”
traballando come cineprese spastiche
cascando dal sonno
fumando sigarette bagnate
singhiozzando negli eserciti
deglutendo strade nere
nello strano meccanismo della notte…

nei giorni infernali la sotto
tra fontane di immaginazione
crescevamo pasciuti e maledetti
come alberi di pere furiose
maneggiando armi cosmiche
in cortili d’amore spia
insudiciando con mani e cazzi e getti telescopici
lo stupido che al primo piano ci voleva bucare il pallone
e ti dico tutto questo mentre giro a piedi nudi il mondo
cercando una cabina a gettoni per dirti frettolosamente:
non temere per me

                              ho già passato il mese
                                                senza morire di fame…
                                     

AMEN 
Abbiamo bisogno di grandiosi accoppiamenti dorati
o perlomeno
di ottima bigiotteria…
amore invadi questa estraneità
non permettere ch’io smarrisca la disciplina visionaria
   delle divinità dei sottopassi
ed alloggia nella mia anima che è larga quanto un buco di sigaretta
    custodiscimi    

 se è necessario
 tra i bottoni
  del tuo minuscolo seno
e comprami
    un grammo di felicità
  per notte
          ———————————————————————————————————–            

non sono mai stato pazzo come adesso tagliami l’orecchio ed inchiodalo sulle tue parti intime
lo chiameremo il dio straniero  e avremo colori su tutto il letto per i nostri misfatti e dipinti
 d’amore carnale
nell’attimo in cui
si accenderanno farfalle
e bruceranno
i vermi squamosi
dei coiti
interrotti
in paradisi
vaginali
e nuvole di sperma interrotto
a fiotti
d’amore
profondo
sacro
l’ugello
sacra
la sacca
santo
il ventre che costruisce ventre
amen

CONFESSO

Confesso di cercare un passaggio segreto tra le tue gambe bianche
o di falsificare passaporti
o forse di farmi crescere le ali rantolando nel buio…

mi suggerisci di manifestare nuove tolleranze
di cercare nuovi fiori
di studiare profondamente i parassiti del paradiso
di descrivere l’intero frutteto
poiché ogni albero custodisce storie di amore…

tra le pieghe dei monti ulula il lupo affamato,
la tua bellezza è solo l’infinito in soffitta
e non è da così lontano come tu credevi
che verrò a dirti addio…

CRITTOGRAFIA

Crocifisso con due ali di farfalla,
ammaestrato alla non curanza, allo sgretolamento della dialettica positiva,
alla battaglia che due corpi scaricano sul cosmo,
un uomo può e deve morire tre volte l’anno…
portami dunque l’unghia rotonda delle tue storie da ragazzina
ho per te una sorpresa che potrebbe togliere la polvere dalle tue pupille cristallizzate:
una scrittura segreta ed il motivo per cui non devo e non posso chiarire…

questo è un luogo di silenzio, di lunghi stratosferici silenzi, di piedi più che di mani,
di torti più che di abbracci, di lunghi interminabili giustificati silenzi
dal momento che per te ho inventato dapprima l’elettricità e poi il rame…

LE MATTINE IN CUI SPARGEVI MIMOSE SUL PAVIMENTO

Le lunghe sere in cui mi svuotavi
con i tuoi esperimenti acrobatici
e le mattine in cui spargevi mimose sul pavimento
per non ferire i miei piedi
le prove d’amore a cui ti ho sottoposto
lasciandoti lacrimare su lunghi autobus tristi
le poesie su tutti gli altri rapporti orali
che non hai mai voluto bruciare
i segni di stupidità che ti ho lasciato
sul tuo piccolo seno
e l’amore per tutte le altre cose
che non sapevo di avere
e forse non ho.

RAME

Il sordo fragore
di baci
impressi
da qualche parte
lontano
la ricerca
delirante
di nidi abissali
delle comete
celesti
la pelle
dei tuoi polsi
sonori
la tua età
che non può essere
inquinata
ne consumata
gli epigrammi
sulla tua bellezza
e le suggestioni ipnotiche
delle vocali a ed o
che pronunci
nell’amore carnale…

tutto questo mentre cambio le mie labbra ad ogni passaggio di stagione
per mantenermi morbido e pulito e strofino i marciapiedi che dovrai percorrere
custodendo i tuoi segreti in elenchi puntati inaccessibili numerando le volte che abbiamo
fatto l’amore per distinguere giugno da marzo facendo colare il rame dal mio cuore
glorificando l’antichità dell’amore in un amore solo.

VINCENT

Sono nato da un’altra parte , dove il tufo
diventa terra da seminare e l’eruzione
un volto…
mi piacerebbe che tu mi chiamassi Vincent
anche se il talento, il mio talento, non è altro che compresse sterilili
in tessuto non tessuto…
ti lascio l’inverno dei miei occhi aprendomi
mentre reclini il capo, che è nuvoloso ,
come una micina gelosa delle vecchie poesie anche se sono poesie di addio
o al meglio carta da zucchero abbandonata nelle tasche di un pianeta lontano
mentre Theodorus scaccia le pulci dai vecchi amori
lavando le tele con detergenti intimi
e tu mi stupisci ogni volta che amo…

ed è chiaro, Chiara, che sono bello, anzi bellissimo….

DANZA E MIMICA

Chiudo tra le mie labbra la tua lingua
faccio a pezzi le vesti dei frati
raccolgo conchiglie tra i sassolini delle tombe
adesco ragazzini per comprarmi sigarette
curo la vista con perle di fiume
annuso l’aria dai crateri della luna
distribuisco pallottole ai passeri ed al beccaccino
includo i tuoi baci tra le memorie dei santi
abbandono una strada per rincorrere un filo d’aria
e ti stringo le spalle
come petali sulla gola delle rose.

NON AVERE PAURA DI VIZIARMI SE TAGLI LE MIE VENE

ed ora ricordo di non avere amato abbastanza e di aver fatto la guerra con i grilli, le cicale e con le piccole cose…
su, non aver paura di viziarmi se tagli le mie vene, se hai ascoltato le mie grida…
il dolore te l’ho reso. Sono cambiato. Non ti ho mai amato.
Le madri attente mettono in guardia le loro figliuole dal mio catalogo di sconfitte.
Un book fotografico sul quale masturbarsi a morte!
E questi alberi timidi come spettri mi ricordano che la primavera tarda ad arrivare…

POST SCRIPTUM

Quando comincio a parlare della mia anima mi pare che tu sorrida
e mi chiedi se ho abbastanza coperta o se ho lasciato le scarpe giù dal letto
o se ho acceso la sigaretta o la tv oppure se ho scritto a mia madre di non piangere più
per il cadavere di mio padre
e invece io vorrei parlarti della mia anima o che tu mi parlassi della tua anima
o comunque vorrei parlare di una qualsiasi anima purchè sia un’anima
e non un panorama di vomito….
mah! Devo essere pazzo a stare qui nel vuoto a costruire pensieri d’amore
quando forse sarebbe meglio scrivere una poesia a nessuno e dire:
questo è il coraggio necessario!

SEI LIBERA

L’eutanasia di massa è il sogno di una pecora…
ti telefono, dopo anni. Blocco la cornetta dal convenevole
-come stai?-
Ti dico di come focalizziamo i nostri poteri nell’attesa e nella gestione dell’odio.
Ti parlo dell’imminente morte della mia casa.
Dei mesi che separano mio padre dal nostro abbandono.
Della enorme utilità della morte.
Degli oggetti che non ho mai osservato e che credo osserverò per lungo tempo.
Ti parlo di un amore poco corrisposto perché i nostri poteri sono scemati nell’odio.
Tu mi saluti con un ciao ed un – coraggio. Io ti dico,
sei libera…

VILLON

Villon impiccato su un ramo
il segreto dell’autunno che mi colpisce
come una foglia che tarda a cadere
tutti i versi del mondo sul collo della vita
ed io, da parte mia, che non riesco a baciarti le labbra
senza muovere la lingua…

nella foto: Massimo Pastore, PALERMO – GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2010
un video di una lettura di Pastore in quella occasione QUI

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