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Farò passare la luna nella cruna di un ago, come la goccia di un lago, tra rose nere di nubi, tonda sui cubi dei grigi palazzi, fra gli ameni spazi di grigio cemento, fra il veloce movimento delle auto, del vento, sul mio lento passo, lei, il sasso, arco argentato sulla città compatta e sgualcita, varco perlato che come cipria ovatta la ferita, fedele sposa di notti, di cieli rotti, dai tetti, dal grido dei gatti , dei matti,  con il suo manto di polline bianco, in un lampo, inonderà di lieve luce questo silenzio truce che taglia e cuce sulle mie spalle una seconda pelle su quest’isola solitaria mentre cerco quell’ora d’aria ,quel passo fuori dal muro di questa cella, l’alone puro di una luna ancella, il suo occhio vibrante, quello sguardo toccante di madre accudente, presente, che tutto avvolge mentre la notte alla sua ora sempre volge, secondo legge che non si può capire, ma solo averne parte, come il pubblico all’arte, quando una sinfonia parte, quando un vecchio dipinto apre un recinto sul duro di un dorso di un muro, mentre una donna nel tulle fa vibrare la pelle per un movimento di un secondo, o in un lento calando, come la luna, in un tango,spogliandosi appena, da piena, cambia scena, in una catena perlata, su una via lastricata di Zena. 

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