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Ho fatto un sogno.

Ero all’inferno. Era un triste rettangolo con pareti grigie insonorizzate da tasselli quadrati di gommapiuma che recavano sulla superficie motivi razionali.

I dannati erano giovani, come me, ma non mi vedevano. Nessuno comunicava con l’altro e serbava per il prossimo una grande indifferenza.

Ciascuno continuava a camminare nella prigione della propria entità.

Il rettangolo era rappresentabile alla mente, se ne poteva intuire l’estensione. Non era grande.

Eravamo in pochi e ci ignoravamo.

Da una parete di vetro sulla sinista del rettangolo si potevano scorgere i paradisi dei giovani beati, una grande festa musicata da un vecchio giradischi.

 I beati comunicavano fra di loro. I visi dei beati erano proiettati sulle pareti del paradiso in una sorta di megaschermo.

Dal rettangolo si poteva vedere il paradiso. Dal paradiso non si poteva vedere il rettangolo.

Mi ritrovo ad un tavolino rotondo di legno a parlare della mia condizione con una signora con occhi chiari e vitrei. Era vestita di capi umili.

Porgevo i miei occhi vivaci al suo sguardo e ai suoi occhi attenti.

GLi dissi: Io non sarò mai una beata, sono condannata all’inferno.

Mi rispose: Tu hai altre fortune.

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