Asfaltorosa

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Su Reb Stein , La Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, il mio libro “Asfaltorosa”. Grazie, ancora.

La dimora del tempo sospeso

Daniele Ventre
Vincenzo Sparagna
Francesca Canobbio

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

     La poesia di Francesca Canobbio, nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

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Da Arcolaio ning – CASA EDITRICE L’ ARCOLAIO

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ipercoopLOGOARCOLAIO

Presentiamo quest’oggi il primo libro di Francesca Canobbio. Il titolo, “Asfaltorosa”; la collana, Arcolaio.

Introducono l”opera Daniele Ventre e Vincenzo Sparagna.

Per comprendere a fondo quest’opera di Francesca, pubblicheremo qui sotto due frammenti tratti dalla prefazione e postfazione.

Concluderemo l’articolo con la ripresa di qualche testo.

Buona lettura.

Dall’introduzione di Daniele Ventre:

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

 

“La poesia di Francesca Canobbio nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

Un primo elemento che ne connota lo spirito come la lettera è la tendenza a un lusus verbale che pone in essere un sistematico straniamento nel quotidiano, attraverso la ripetuta violazione delle attese linguistiche del parlato ordinario. Nello stesso tempo, la parola straniata, distolta dal suo contesto ordinario e fissato da tic linguistici ormai consolidati, viene ridefinita da nuove coordinate semantiche e sintattiche, all’interno di una struttura di frase alquanto articolata, spinta deliberatamente al limite del contorto. ”

***

Dalla postfazione di Vincenzo Sparagna:

“… Torno a rileggere e trovo questo “Ingoiare amaro amore come pane tra le righe” che potrebbe farmi pensare alle sofferenze degli abbandoni se non fosse che appena qualche pagina appresso ecco apparire la figura di un “autentico falsario” che “conosceva a menadito / i trucchi del mestiere”. E viene il sospetto che il falsario sia io stesso che mi racconto il sogno appena fatto o l’autrice o un suo doppio teatrale (amletico appunto) e che quello struggimento d’amore sia anch’esso un trucco, una figurazione surrealista, la distruzione della pittura attraverso la pittura medesima. Forse questi versi sono, come dice uno di loro, solo “la nuvola che ci nasconde la notte”, oppure sono semplicemente “l’inatteso imprevisto …”.

***

Alcune poesie:

Scivola

Tutto sulla plastica scivola

anche il sangue.

Tutto scorre

ma non ci bagna il fiume

nell’apnea dei tempi.

Tutto scivola sul petrolio

anche il sudore

della vertigine dei suoli

scivola

sugli abissi dei vertici.

Tutto scivola

e niente pesa:

come il petrolio

galleggia sul mare

ed il petrolio

pesa più del mare.

Tutto scivola

e continua a scivolare…

La notizia

Strepitare di voli angelici

tocca suoli terreni

Senti le ali fluttuare

sul confine del regno.

Dove è segno una bianca piuma

sull’inchiostro nero

del nostro terreno vagare.

Fra le pagine sporche

del primo giornale del mattino …

… la notizia

Che suoni muta

Le daremo un nome

che suoni muto.

Che non si perda all’orgia

dei pentagrammi.

Che non batta fra denti e labbra

nei palati già umidi di parola

(fra le arcate

voce

che gola strozza).

Chiuderemo a chiave la nota:

che suoni muta

incastonata

fra il pilastro delle dita

e la cornice della bocca.

Contrapposti.

Muti e casti

http://arcolaio.ning.com/profiles/blogs/esce-oggi-il-primo-libro-di-francesca-canobbio-asfaltorosa

“ASFALTOROSA”, casa editrice L’arcolaio

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Per ordinare il mio libro di prossima uscita scrivete a info@editricelarcolaio.it

L'arcolaio

gianniprianoimmagine di copertina di Gianni Priano

prefazione di Daniele Ventre

Daniele Ventre (n. a Napoli nel 1974) ha pubblicato per l’ed. Mesogea la traduzione dell’Iliade di Omero (2010 -premio Achille Marazza 2011) e del Ciclope di Euripide (2013). Di prossima pubblicazione una sua traduzione dell’Odissea. Nel 2011 ha pubblicato per le Edizioni d’If di Napoli la raccolta “E fragile è lo stallo in riva al tempo”. Collabora con il blog Nazione Indiana.

postfazione di Vincenzo Sparagna

Disegnatore, scrittore e giornalista, nato nel 1946 a Napoli, ha vissuto a lungo a Roma. Oggi abita a Frigolandia, città immaginaria dell’Arte Maivista da lui fondata in Umbria in una ex colonia abbandonata alle pendici dei Monti Martani. Dopo aver partecipato ai movimenti rivoluzionari degli anni ’60 e ’70 in Italia e in vari paesi del mondo, è stato uno dei protagonisti delle invenzioni e dei “falsi” de Il Male dal 1978 al 1980, anno in cui ha fondato la rivista Frigidaire che tuttora dirige insieme al mensile di satira e idee Il Nuovo Male (in edicola dall’ottobre 2011). Ha pubblicato vari libri di politica, storia e satira. Ultimo in ordine di tempo “Frigidaire, l’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo”, Rizzoli 2008. Per saperne di più vedi il sito http://www.frigolandia.eu

L’ esercizio dell’ esercito – bloody cyrcus

Ma quando all’ alba specchio il tuo riflesso
Nel pozzo che mi fece fare il volo
Di quattrocento piani e quattordici chitarre
Che suonano fughe e non ti ho mai toccato
Ma specchio il tuo riflesso ed il mio amore
È corda che mi lega al tuo rinascere
Se per un ricordo si è ancora in volo
In una smisurata forma di piacere
Si muta la tragedia di una coscienza
In una risata folle più forte del sisma
Che alimenta i vulcani della terra
E tutto il calore lava di piacere
La nostra Pompei, prima che io ti tocchi
Con l’esercito che le diede sepoltura

La muta Caligo

Le nuvole tengono la pioggia sollevata su di un arco baleno secolo e io mi sposo con il suoi altri secoli di romanticismo per velare di nebbia il mio capo a Caligo che manda lo spirito ad un poema di città di asfalto che bianca mi ha desiderato in voce e in colore di sottile strofetta di canto ad acuto raggio voce bambina che mi placa il cuore dal basso e verso alto mi bussa alle porte di un mistero che taccciono esoterici i monaci e gli sciamani per sposare l’occulto conservando il ricordo della visione di Dio sulle strade della malizia atavica che armonizza spontaneamente i corpi nel tempio che si rivolgono i profili più proficui e prodigiosi alla luce dell’orda che si separa fra i visi corrotti e quelli corretti

La muta nostra

Tutto è nostro mio clavicembalo temperato a forma di cuore che ti lasci battere con le dita come in esercizio di suono fra neri e bianco d’avori alianti nel tuo porgere base per altezze supreme senza ganci e sole corde musicali alla volata verso la vittoria su cocchi originali che superano ogni mossa figura altra parte caro il ricordo di una sedia condivisa al tavolino della novità di un incontro vero fra mare e cielo al sapore di cardamomo fra una poesia antica e sempre moderna e una manciata di roba nuova alla sposa della tue Muse che si prende che si salva che il caos tutto ordina al menu’ di una nuova stanza giostra storia dedicata alla vera e propria unione di questa idea che per sillabario ti tiene in casa mani e bocca stretta la lingua che tutto passa

La muta ride

Sguizza erompe s’abbuffa con tutto il riso della vita piena alla libertà della comune espressione che vige nel mondo dei sentiti e sentimenti di gioco ad ogni età e la sorpresa è allegra di matura coscienza tagliati i furti furbi dei marinai sconsacrati privi di empatia e luce che fa luce ai bambini con il mio sguardo e i miei colori e il mio codice che non si presenta senza via di fuga all’impatto con il tuo demone che vuole rubare troni nel castello del mio cuore dove da lustri lussi secoli abbonda la cima di un ventricolo destro sinistro che al cuore pompa in Magno gaudio la vita alle grazie della terra che si lascia salutare a bocca aperta di meraviglia di metà di me stessa allo specchio lieve in aumento di molate figure

La muta misura

Benedicimi il fatidico flusso di parole accennate con 13 tele di questa epopea di fluviali flauti in mari aperti sereni nella nuova onda frizzante buona compagna di viaggio su tela espressione della duplice via per ricevere tempra su tempera a temperatura ambiente che si eleva su strofe strofinate candido cotone di fratellanza maglia calda camicetta perfetta salute al ferro che la stira sul foglio di carta calzone e calzolaio completo perfetto per la cerimonia di vestizione della Musa ancorata ai suoi panni stesi al sole davanti alla porta di un pubblico senza consiglio che non sia di composizione della arte in bianco velo di zucchero sulla torta imbandita a festa in questa ruota attorno al cigolio soprano di uno stilista che alla parola e al colore si arrende senza più trovare una più alta misura

La muta spasimante

Mi concerti di Muse spasimanti alla fine mensa di questa idea che per te si compie come lingua straniera che non conosce il dolore della terra ma celeste si chiama muta a gioire dello spettacolo dell’universo che la ospita in incandescenze di candele soffiate sui desideri più profondi e vivi su una torta di genetliaco solenne e ancora puro al tuo desiderio che mi placa il colore delle stanze a soffitti affrescati dai putti accesi e archi e selva di bacchi al banchetto di un museo della memoria di vita aggrazziata e salva nel tuo consiglio di salute e brindisi di verbo in qualunque momento della mia vita con erbe aromatiche a chiudere botti esplosi e botti esplose alla canna da pesca di un Cristo risorto che non ci giudica

La muta rosa

Ti ripesco nelle primavere annunciate di boccioli alla bocca dei frutti maturi che mi saziano il tempo perduto per deliziare il palato con l’estate calda della mia passione in compasso d’oro con il tuo andare e venire sulle mie terre scoscese a issare bandiera di luna nella mia stanza ultraterrena sui timorati sospiri che ti lascio sul trono delle tue più belle imprese nel mio cuore regno unito alla vita che mi circonda e si da risposta univoca di bene e grazie per il pensiero di un nucleo che è già vita in circuito alla guida atomo di affetto preciso sconfinato retto dalla Divinità di questa idea che per Amore si chiama muta al suo pilota di idee senza fiato né parole che corrompono l’andare nostro in file che seguono fili di parche ai meriti degli Dei propizi ai campi di fiori che di non ti scordar di me fanno rosa

La muta compagna

limpido corale afflato di mia proprietà della mia vita della mia persona che non sono ancora stata corrotta dalla merce di scambio attuale e la soglia non mi vince e non apro versi nel mio corpo a martirio di santi ma mi faccio dea bendata che bacia e baciata vede tutto il giorno e le notti del mondo con ogni mezzo alla natura benigna che m’ha dato il dono della mia vita Santa di parole miracolo della luce e squadra corpo anima amore per dipingere sempre rinascimentale bene come vita alla grazia che mi dona il tempo di dire amore per sempre per sempre amore o solido che ti scansi di urtare o liquido che non ghiacci il mio mare o fuoco che non distruggi perché tutto si può e io sarò salvezza per me per te per avermi accompagnato mondo uomo limpido e fresco per spiagge di sole compagne

La muta commossa

Ti voglio dare e ricevere altezze su chiare lettere di ore contemplate dalla virtù della mente umana ch’ è divina sempre avuto un vuoto da riempire nel frangente di una poesia al cospetto di chi è legge per il buio della nostra vita grazie alla guida della angelica festa nelle sue mani dagli occhi dei tuoi figli e genitori e amici sempre deboli della felicità sfuggevole ma pregna di armonia con accordi e salva il mare e sciolti ghiacci si ricompongono ai poli per un equilibrio di equatore celeste che mi infinite volte riesce dalle dita di mani pulite amorose e delizie di giardini sugli scogli incoronati dal vivo suo scorrere che è doppio e pioggia che ci risveglia nella commossa lacrima dell’amore

La muta altera

Altera muta per amore come la madre al mondo del giorno nella notte preziosa con promesse che si esprimono in tovaglie di luce ricamate dai secoli che ci precedono nel bianco lino che è papiro di regno carta viva che m’infiamma vena di un consiglio a saluto di calici colmi a festa prima del bacio della bocca al boccale radiante che sana e salva il mare dal sangue freddo dei miei pensieri scritti e bruciati a sacrificare il male in un offerta per tutti i giorni delle mie preghiere sacre e profane al fine hai fatto neanche un graffio alla nostra persona che si innamora alta e protetta da maghi maggiori possibili esperti di case di casse toraciche e sonore e cuore e amore e I ‘ anima che tutto l’abita sulle cime dei nostri balconi sulle Alpi dominate

La muta pazienza

Risiede nella pazienza la nostra copia di felicità platonica con margini di errore oramai azzerati dalla guida alla mia concertata base di sapere filosofante amore mio e altri suoni corrotti contro il puro che mi riempie di coloro che hanno i miei colori nella aura che splendida si fa chiamare per poesia senza bassi ad altezze supreme con conchiglie che mi reggono la bellezza bianca della sposa Venere nuda in sonetti di canto a nebbie che invadono persino i mari mentre salgo anima dolce al mio cuore come sanno i tuoi occhi adesso hanno preso i miei nel celeste pur mosso a fuoco dal tuo sole altrimenti io luna io viso io sfera della tua vita sulla terra del giorno del canto e della notte delle stelle

La muta pilota

Riempiamo senza paure spazi per l’emotività che precede il tuo fascino di gioco a tacere verità che imprigionano in colonne sonore ormai epocali per fuggire dove batte il muro del suono la tua mesta velocità di azione che mi spinge propulsiva verso versi a coronare le tue punte a stella di diamante nel mio emisfero sonoro più puro dove il cantare non è cigno che lascia vita ad altri cigni malintesi mentre tu maestrale mi soffi in gola la parola che accarezza la mia gola e deliziando ama come ama solo il sogno veramente senza turba ma di turbo anima pilota della vita

Sulla schiena del mondo

Sulla schiena del mondo
Si ancorano nel sangue
I pilastri della torre di Babele
E le lingue si dividono
Tagliate dal coltello
Con cui Caino uccise Abele.

Crolla il peso del mondo
Sull’Atlante che conta i morti
Di una peste studiata:
I numeri sopra ogni cosa
Che non si reggono
Spropositata legge a rata
Che non fa più sconti
Nell’immediato negozio
Che vende uomini ad ogni guerra

Fra bestie pupazzi cani orsetti

Ma tutti i ghiacciai del mondo non pioveranno il dolore del mio cuore sul mio viso perché resta un pianto reciso a strappare lo sguardo di me che ardo di Sole del mio stesso ricordo rapito e libero catenella di fatti incastrati per decoro in un bicchiere in cui affogo con le foche i trichechi i pinguini e cubetti di ghiaccio alcolici quanto l’emozione rimossa di questi siano essi animali o pupazzi da stringere sola nel letto le bestiole che siamo e che sempre animano la fiaba irrisolta del mio amore che mi consola bella con la bestia che verificherà ogni fantasia stringendo l’ orso polare al petto lo faccio parlare il tempo di dire Ti voglio bene al mio bambino interiore e m’addormentano le tue zampe contro la mia pancia mio unico fedele ma non solo Amore…

#fra bestie pupazzi cani orsetti

La muta XI

Respiro l’ esalazione del tuo umore e mi ubriaco al distributore mentre mi giri fra pozze chimiche con le mani salde sui miei fianchi che ti trasportano sul circuito della mia frequenza a velocità di un rombo silente di motore immobile nell’ acume del piacere muoversi trasportati dal rischio di un impatto mentre mi curvi totalmente in un testacoda della lingua al traguardo trasognato fra specchi che totalizzano le immagini in un corridoio di riverbero di rischio quando la manetta si fa pesante e ti incatena nel tuo abitacolo mentre io sono l’unico possibile freno che tu abbia mai avuto su una pista correndo col telaio storto che rimetti in linea con il cambio e i piedi per atterrare e attirare e attimare il mio folle volo verso metriche di serpi snodate e smodate di strade incompiute

La muta X

Vorrei restituire ai posteri l’ essenza caleidoscopica degli occhi che mi hanno donato, di quelli che mi hanno uccisa, di quelli che ho salvato… in un batter di ciglio tutto ho fatto nella mia empatia, che da buona sensibile mi ha relegato alla solitudine, non potendo essere contempla che da Dio, occhi per le mie chiese di guglie distrutte dal mio pensiero dal taglio dell’ occhio del mio Amore, che si diverte nella memoria ad andare in processione con le reliquie del mio martirio, mentre ad ogni pagina sciolgo il sangue di un povero santo demente per il miracolo del ciclo della vita, abitata nell’unico luogo dove l’ occhio mi scorge quanto intera si fa la mente. Il mio libro delle parole imperfette e chiavabili da tutti gli sconosciuti come me a loro stessi. Questo é il peccato originale della scrittura.

La muta IX

Apro per un verso ciò che pur chiuso mai troverà fine se non nella finezza di una voce che scavalca il remoto presente e futuro dono di visioni. Apro le cosce gementi e gemendo nell’immagine della tua presenza immanente. Sono nel letto delle rose e della canapa e so quanto tu possa fumarmi senza filtri ma a entrambi piace bere e il succo di limone delle labbra con la crema in bocca dopo un tuo arrivo… è il sangue della mia bocca che si fa parola scritta. L’opera non è che un amplesso di dimensioni gigantesche dove le sfumature degli umori dalle lacrime alla gioia si placano con le mie sole mani in preghiera adiacente ad un sussulto di dignità per ciò che compie il mio amore… lo svolgimento della risposta nella pergamena in in lavorio soavemente stretto fra cartine e filo nel libro che ti pronuncia senza nome ma che per sempre e sempre ti chiama!

La muta#

Sugli spartiti del cuore
La tua musica
È il silenzio del bacio
Fra i gemiti di un armonico amplesso
Che mi cava sussurri sensuali
Dall’alto della mia prima bocca
Al basso della mia seconda bocca
Con cui mangio la seconda lingua
Che mi narra di terzi occhi dell’universo
Sulla quarta corda che fugge nell’aria tersa
A toccare tutti i miei tasti
Ed i miei posti
In prima fila
Sul sipario
Concertando l’amore nostro

La muta per amore XI

Sugli spartiti del cuore
La tua musica
È il silenzio del bacio
Fra i gemiti di un armonico amplesso
Che mi cava sussurri sensuali
Dall’alto della mia prima bocca
Al basso della mia seconda bocca
Con cui mangio la seconda lingua
Che mi narra di terzi occhi dell’universo
Sulla quarta corda che fugge nell’aria tersa
A toccare tutti i miei tasti
Ed i miei posti
In prima fila
Sul sipario
Concertando l’amore nostro

La muta per amore X

Come ti chiamo
Voce di suono
Musica
Tamburo d’ossa
Che sei scheletro dei miei mondi
Spina dorsale
Su due piedi di metrica poetica
Per parlare
eco e rieco
Noi sempre
Declinati in tutti i tempi
E modi
Senza punto di domanda?

L’amore ti parla una volta sola
L’amore ti parla una volta
L’amore ti parla
___

L’amore

La muta per amore Xxx

Io sono colei che puoi doppiare senza battute perché nessuna
Voce sarà mai più forte di un sospiro
E tu che mi leggi il labiale coi baci che non ti ho
Dato ora dammi indietro il vento per riempire tutti i miei anni
Il colore dall’alba al tramonto
E la notte che non c’è
L’umida pioggia di Ermione che sono le
Voglie distese
L’umore e il buonumore
Il rumore dell’ancia del fluato
Sull’unica lingua
Possibile

La legge del buio by Bob Quadrelli ft Francesca Canobbio

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Video del Maestro e premio Tenco Bob Quadrelli estratto dal mio nuovo libro “La legge del buio” in uscita a gennaio per le edizioni Oèdipus

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​L’ora scocca sempre fra gli anticipi ed i ritardi che snocciala il tuo calendario alla mia meridiana genuflessa all’ultimo piano illuminato dai tuoi occhi solari sfuggiti alle orbite dei miei satellitari compassi o quanto rimane di vivo ad ogni mio congedo quando perdo la figura insieme alla tua e così resto disfatta come il letto del fiume sino ad ogni nostra foce quando ciò che mi scuote non è che l’oceano mare della tua parola adamitica nel più vivo dei peccati di banchettare a verbi di esperanto che mi incatenano oltre il solipsismo dei miei dialoghi interiori là dove tu oltrepassi il mio confine oltremodo cinto dall’abbraccio di ciò che tu sai quanto io sia nella trincea valicata dal mio amore che nel tuo azzardo si fa nome di creatura che ancora vive  caleidoscopiche fughe musicali e adora il tuo verbo che nel segreto gioco fra la mia domanda muliebre in movimento e la tua risposta che serve il numero esatto delle nostre conoscenze mi fanno sapere il plurale di me stessa ché è di nuovo noi essere mondo unico eppure a noi molteplice

55

​Riposo sui millimetri di spazio che mi concedi quando non sei ancora qui presente ad agguantare con agguati la mia anima che ti restituisce la mia altezza sulle tue torri di controllo imbastite a terra di caccia dai sarti della sera che ti veste di terreni conquistati e ti regala una cravatta per soffocare la gola nel nodo del sentimento di ora che ancora hai la mia aria nelle vene e prima che giunga il bisogno assurdo l’astinenza dei nostri effluvi che si scambiano segnali sulla rotta delle comete che regalano un natale e poi ancora la nostra pasqua fra lenzuola di nuvole e piogge acide di mondo dalle quali epurarsi trovando riparo nei giacigli profumati dai nostri pori e dalle nostre carni che coincidono con il ritmo delle bellissime fiere in contrasti ed in ritorni di questa pace tanto agognata questo nostro vivere solo nella complessità del contatto fra le marce dei militi che chiedono riposo e a seconda del loro grado e tempo scorgono da sentinelle l’arco di sguardo dove rifugiare e dove posare gli occhi in altri occhi che li contemplino e dei quali essere pupilla

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​Indovinami sempre la figura amore mio dammi con i gesti la giusta scusa alla mia maschera che solo a te è chiara quando mi innalzo sull’onda del nostro oceano infuso a vicenda mentre ci scambiamo da bere le tazzine dei respiri che si consumano nell’elisir che ci prepariamo a vicenda là dove il mare è camomilla e si può galleggiare mescolando zucchero con il veleno dei giorni intarsiando nelle vene ogni parola del mondo e del nostro sangue fare banchetto ad ogni tramonto come un cristo che si dona sull’ altare nascosto nelle cripte dove portiamo il nostro sacrificio in offerta al mondo così che possa vesperando il pensiero innalzarsi ad un nuovo giubilo di amore che con il cuori stretti fra la pietà per ogni altro cuore fra spade di cemento armato che si innalzano sulla capitale assediata dagli umori del mondo per tutti i giorni fino all’ultimo che mi dedicherà un cielo su cui tingere un tempo della mia esistenza che piove e spiove sul cobalto ardito ed aspirato mentre cresce e si espande la nostra anima che un giorno non potrà che lasciare il corpo per tornare nel nucleo essenziale il giorno che andremo a cercarci oltre il rapimento ed il desiderio della materia quando faremo l’amore nella totalità al di là delle passioni così emancipati da ogni nostro vizio di vivere

33

​Quando mi stacco da terra lo faccio con l’accordo dei colori dell’arcobaleno in una ascesi che può culminare nel momento caldo di rossarancio che scenderà inevitabilmente le sue ciglia gialle nel verde lasciapassare per un blu freddo che ghiaccia il tempo delle piogge nel panorama dei tropici sui quali scendo illuminata dall’ultimo dei soli della ultima delle galassie in una galleria dove esposti i sigilli ai quadri dell’esistere possa io essere testimone del furto di essi per aprire anche ai più scomodi le dimensioni più eccelse di qualsivoglia prospettiva inusitata di anima mundi che vibra fra le pieghe di un vortice che profondo si elica e poi si chiocciola nelle venature che suonano la musica nella conchiglia del maremoto umano che di una unica epoca tutte emoziona il big bang ed il grande caos primigenio battito che ultimo piano rincorre con il fiato sospeso il pericolo di dare vita alla vita e ciò nonostante soffiare viva l’esistenza staccando l’anima su una pista da ogni altra anima in tempi precisi per intersecare il pensiero nel cuore del proprio essere che da un seme una coppia una scala un colore un’altra partita

22

​Prendi le tue ore di distanza quando parto mentre mimo per eccesso di ego una qualsiasi delle mie pose su questo calendario magnetico ad anno aeternum che va ora oscillando in positivo nella mia marina per spondarti là dove batte la mia onda che congiunge in trigoni ed opposizioni i nostri astri dominanti nella casa dove si trovano i nostri segni e le nostre cicatrici che passeranno disattese sui muri che come cariatidi abbiamo innalzato e toccheranno forse qualche millimetro di vuoto da colmare o forse faranno il centro di qualche storia millenaria a me coeva o meno di catastrofi epocali che alcun sismografo ha mai registrato a meno di quanto si possa immaginare nei silenzi fra le partiture degli spartiti che fra una sorda nota di infinito che si pavoneggia di chiudere le sinfonie con un occhio chiuso ed uno aperto ad nuovo indirizzo cui evocare per mantenere l’ensemble della realtà o funzione dominante che è la sola eccezione che conferma la nostra regola e ragione di esistere per trasgredirla di continuo e ripetere nella voce di altri alcuni la nostra voce nel tempo di un singhiozzo che la porta via da ognissia

11

Precipita il principio poiché si segna solo nel momento successivo all’attacco per recupero di distacco e nel suo vuoto può compiersi come onda e come salire così scendere a terra un colore e il cielo aperto davanti e dietro un’ iris arcobaleno che volteggia ad ogni precipitazione ma prima piove il mare asceso per eccesso sull’equilibrio elementare che è governo di cosa ed ad ogni cosa restituisce il senso ed il sentimento per quanto profondo così si leva acuto dentro la spinta che è di motivo motivazione e sempre nuova di ritmo e fughe

Premio Lorenzo Montano 2016

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anterem 2016

La raccolta inedita “La Legge del buio”, con i miei versi in prosa poetica ed i dipinti dell’artista Giuseppe Pontoriero, si è aggiudicata il premio di segnalazione al premio di poesia Lorenzo Montano della rivista di ricerca letteraria ANTEREM.

GRAZIE INFINITE per questo riconoscimento.

Francesca Canobbio: La legge del buio

Grazie a tutta la gentilissima redazione di Perigeion :)

perìgeion


rothko

I PARTE

La legge del buio non è dettata da notte alcuna.
Il riposo non è paura degli occhi,
ma spesso la vista è così vasta che il buio vince la notte.
Ecco che l’eco di una o più voci, un ritornello che ritorna
richiama alla memoria quel tanto di nero che ebbero le pupille
sganciate dagli occhi, senza colore, o, se si vuole
temporale d’iride, tutte le iridi non fanno una pupilla
quando il riflesso è solo nel vetro di un quadro,
sia esso l’universo di un pavone come un poeta
che stacca una piuma a favore dello sguardo animale
che soprassiede ogni cosa che siamo
ed il primitivo nero si fa percossa agli sguardi
e non posso dirmi cieca
se leggo fra le righe del tempo
ciò che sono stata, ciò che sono,
quando arriva ciò che sarò
nella tempesta delle statue che portano i copioni
a svolgersi…

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La legge del buio XIII

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Quanto si piega, si sferza, si liscia, si ammoscia, si dirige nelle ghiandole e nel sangue, di giorno in giorno, nell’esausto caos del momento preciso in cui si ci accorge di essere ancora vivi, dopo ogni notte, alla suprema alba dei canti diurni che riconducono all’esausto desco del travaglio sull’asta del saltimbanco in perenne fuga dalla caduta voraginosa nella selva del cervo abbattuto durante la caccia sfrenata alla preda del mondo, un fantasma senza arte né parte a guidare il proprio baule in trasferte per vette e pianure di spazi che rigettano i corpi affilati dalla lotta perenne con la propria figura che si dirige di maschera in maschera verso sepolcri di mondo a conciliare baldorie e preghiere con giorni e notti a venire a supplicare una veste di pace sul soffitto inamidato del cielo che farfuglia canti che badano alla nuvola disastrosa in laghi di pioggia e lacrima di misteriosa fattura che infanga la terra di spermatica vita in divenire di orti e di fiori maldestri senza braccia e su un solo piede nello sguardo paralizzato delle loro croci a corona del cerchio dell’esistenza mutilata dei fiori per belletti ad inutili altari di sandali tripedi per santi che portano la pace nel cuore di una croce o di una moschea o chissà quale tempio per nuove sante guerre che vorrebbero decidere del tuo destino celeste, quando il colore è una nota iridescente, iris spietata che investe l’umano della costosa fatica di stare al giorno svegli alla luce dei giorni, iris dell’anima sola e disfatta che non prega che il diritto alla separazione dal matrimonio con il corpo terreno e si esalta di momenti di fulgida estesi in abbracci spietati con l’etere eterno in ogni momento di rara unica sacra e sfuggente ventura di gioia, riposta nell’unica carne che ci possa rendere immuni dal fuoco del mondo, il corpo astrale nel viaggio verso ritmi di armonia che non sono mai negati a nessuno e costelleranno l’essere nella notte dello spirito, quando tutto si consumerà nella pace del respiro che dissesta le membra alla sincope sicura di inspirazione ed espirazione della terra, dei fiori amputati che stillano gocce di profumi per arti parzialmente invalidi come quelli della memoria, che si consuma oltre la soglia al cigolare della messa eterna sull’altare del palco che imitatori di sagome consumeranno esperte di battute a dare le voci più grandi ai più piccoli nella genesi di ogni creatura plagiata da madre e padre terra, in una lingua che solo in pochi, superato il buio, sapranno pronunziare e non lallare per parlare con la forza che conviene alle creature senza corpo del vero cielo umano in terra

La legge del buio XII

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Icaro perde le ali e la piuma per lasciare il suo segno nel mondo col fuoco del sole dei giorni a venire di lente prodezze della fatica del tempo che si indaga nell’esperienza di un inchiostro che non è che la vita al largo dell’antico sogno di confine entro un confortevole guscio a noi familiare e comodo ad ogni risveglio. Io cerco la pace nei giorni sereni di un mattino ma la mia anima abita il buio e con lui si spegne onirica in ogni letto disfatto e rifatto per la pace del corpo fino a che pace non lo separi dal corpo e gli tenga la morsa serrata sino al crocchiare delle ossa dimenticate sul marciapiede che abbiamo trovato ultimo giaciglio in nostro potere d’uomo con Icaro battuto per terra che lascia per sempre cio’ che lo colpisce a morte e lo divorerà per tutto il percorso della sua vita con chiaro coraggio trascorsa nel tempo di un viaggio che riporta a tutte le fasi della storia umana, a tutti i periodi che struccano in un assolo magnifico ed unico di struggente abito stonato e per persona di maschera in maschera sempre più antica e smodata nei toni, sino al pargolo del proprio figlio, di una prole di cuccioli impegnati a restituire il calore mancante da una vita, quella fiamma del focolare non per ragioni di forza costituiti consanguineamente, ma in virtù del proprio odore e della sostanza che è vera linfa di vita per l’uomo.
Il fuoco sacro dell’affetto è scarso sul suolo terrestre abituale al nostro sentire diurno e abbiamo un sonno per abituarci alla morte che sboccia ogni sera sul cronografo dei giorni e della sfera di spicchi di arancia amara del sole e della fatica umana dell’individuo spremuto in un cocktail stratificato dal ghiaccio dei simulacri della propria anima sempre in una coltre più fitta di lame che squarciano fredde le ali di Icaro al sapore di libertà al podio soffiato sulla candela di elio sovrano che ci infiamma le membra di un colore che solo il bambino può riscoprire nei giochi del mare di un ulisse che guida la nave della avventura ai confini della cromatizzazione terrena.
Nel buio la luce. Sia.

La legge del buio XI

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Il sole ha fatto una ruota sul buio centro delle nostre coscienze.
E un attimo si è affilato di iridescente croma di luce.
Altri giorni come lazzareti putrescenti al sapore della pena incisa dagli avi nel dna dell’umana creatura.
Colpa di fatiche per il popolo sepolto dalle gerarchie che solo il buio spegne con la tiepida e sacra corolla del sonno che investe le membra di nuova linfa e spegne la diurna saga della nostra incomprensibile esistenza al fuoco di questo cielo rosa, che nell’inverno delle stagioni apre le nuvole ad un sole che si coalizza con la sagoma degli uccelli a portare l’annuncio di nuovi canti al travaglio che mal sopportano le curve schiene del mondo sovrappopolato da città di schiavi che lo abitano intero nell’ora orizzontale, quando abbia da appiccare incendi sul nostro cuore che solo la follia del giorno conosce, sepolta dal solo sacro benedire del sonno che ripara i fianchi alle colonne della terra sparigliata per le trame di un reame per ogni Prometeo la cui aquila assassina squarcia il fegato consunto per quel gesto folle di illuminare il mondo che solo gli idoli attraversano indenni.
Processioni di uomini che ascoltano il canto dell’aquila a ritornare alla carne col becco di sangue che scrive la storia della luce nel cantiere del mondo, una fucina per gli storpi lavoratori delle miniere terrestri, dove gli orrori spaziano da spazio a spazio di suolo, capovolta ogni benedizione che maledettamente si dispiega a canto di tenebra come un cobra che abbia inciso la propria coda con i denti nell’uroboro della bestemmia perpetua dell’umano sopravvivere in questo purgatorio di luce.
E si apre una nuova tenda per l’attore del colosseo di fiere pronte all’assalto di un circo senza confini. Ed una nuova bestia ci insegna la bestia sin dai nostri primi giorni.
Bestia che sono, che sei , che siamo in questo anfiteatro per figuranti mai originali, persi nella scena di un gobbo buio che ribatte di parole gli spartiti sempre uguali per suoni di intarsiate cetre di pelle umana che vibrano del soffio che l’umana sofferenza ha inciso sulla carotide aperta dalla vita sicaria che richiede un compenso di morte per ogni figurante del pianeta e installa nell’ esercito 12000 aste di guerra per armi a combattere il fuoco dei giorni nella battaglia che tappa i musi all’unisono canto del sole per ogni spalto di generazione una nuova entrata nel girone della saga putrescente dell’esistere fra corpi vivi e corpi sepolti, che troveranno pace per la benedizione di un unico e solo buio totale e sacro alla vittoria di thanatos liberatore sovrano