Asfaltorosa

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Su Reb Stein , La Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, il mio libro “Asfaltorosa”. Grazie, ancora.

La dimora del tempo sospeso

Gianni Priano

Daniele Ventre
Vincenzo Sparagna
Francesca Canobbio

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

     La poesia di Francesca Canobbio, nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

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Da Arcolaio ning – CASA EDITRICE L’ ARCOLAIO

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ipercoopLOGOARCOLAIO

Presentiamo quest’oggi il primo libro di Francesca Canobbio. Il titolo, “Asfaltorosa”; la collana, Arcolaio.

Introducono l”opera Daniele Ventre e Vincenzo Sparagna.

Per comprendere a fondo quest’opera di Francesca, pubblicheremo qui sotto due frammenti tratti dalla prefazione e postfazione.

Concluderemo l’articolo con la ripresa di qualche testo.

Buona lettura.

Dall’introduzione di Daniele Ventre:

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

 

“La poesia di Francesca Canobbio nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

Un primo elemento che ne connota lo spirito come la lettera è la tendenza a un lusus verbale che pone in essere un sistematico straniamento nel quotidiano, attraverso la ripetuta violazione delle attese linguistiche del parlato ordinario. Nello stesso tempo, la parola straniata, distolta dal suo contesto ordinario e fissato da tic linguistici ormai consolidati, viene ridefinita da nuove coordinate semantiche e sintattiche, all’interno di una struttura di frase alquanto articolata, spinta deliberatamente al limite del contorto. ”

***

Dalla postfazione di Vincenzo Sparagna:

“… Torno a rileggere e trovo questo “Ingoiare amaro amore come pane tra le righe” che potrebbe farmi pensare alle sofferenze degli abbandoni se non fosse che appena qualche pagina appresso ecco apparire la figura di un “autentico falsario” che “conosceva a menadito / i trucchi del mestiere”. E viene il sospetto che il falsario sia io stesso che mi racconto il sogno appena fatto o l’autrice o un suo doppio teatrale (amletico appunto) e che quello struggimento d’amore sia anch’esso un trucco, una figurazione surrealista, la distruzione della pittura attraverso la pittura medesima. Forse questi versi sono, come dice uno di loro, solo “la nuvola che ci nasconde la notte”, oppure sono semplicemente “l’inatteso imprevisto …”.

***

Alcune poesie:

Scivola

Tutto sulla plastica scivola

anche il sangue.

Tutto scorre

ma non ci bagna il fiume

nell’apnea dei tempi.

Tutto scivola sul petrolio

anche il sudore

della vertigine dei suoli

scivola

sugli abissi dei vertici.

Tutto scivola

e niente pesa:

come il petrolio

galleggia sul mare

ed il petrolio

pesa più del mare.

Tutto scivola

e continua a scivolare…

La notizia

Strepitare di voli angelici

tocca suoli terreni

Senti le ali fluttuare

sul confine del regno.

Dove è segno una bianca piuma

sull’inchiostro nero

del nostro terreno vagare.

Fra le pagine sporche

del primo giornale del mattino …

… la notizia

Che suoni muta

Le daremo un nome

che suoni muto.

Che non si perda all’orgia

dei pentagrammi.

Che non batta fra denti e labbra

nei palati già umidi di parola

(fra le arcate

voce

che gola strozza).

Chiuderemo a chiave la nota:

che suoni muta

incastonata

fra il pilastro delle dita

e la cornice della bocca.

Contrapposti.

Muti e casti

http://arcolaio.ning.com/profiles/blogs/esce-oggi-il-primo-libro-di-francesca-canobbio-asfaltorosa

“ASFALTOROSA”, casa editrice L’arcolaio

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Per ordinare il mio libro di prossima uscita scrivete a info@editricelarcolaio.it

L'arcolaio

gianniprianoimmagine di copertina di Gianni Priano

prefazione di Daniele Ventre

Daniele Ventre (n. a Napoli nel 1974) ha pubblicato per l’ed. Mesogea la traduzione dell’Iliade di Omero (2010 -premio Achille Marazza 2011) e del Ciclope di Euripide (2013). Di prossima pubblicazione una sua traduzione dell’Odissea. Nel 2011 ha pubblicato per le Edizioni d’If di Napoli la raccolta “E fragile è lo stallo in riva al tempo”. Collabora con il blog Nazione Indiana.

postfazione di Vincenzo Sparagna

Disegnatore, scrittore e giornalista, nato nel 1946 a Napoli, ha vissuto a lungo a Roma. Oggi abita a Frigolandia, città immaginaria dell’Arte Maivista da lui fondata in Umbria in una ex colonia abbandonata alle pendici dei Monti Martani. Dopo aver partecipato ai movimenti rivoluzionari degli anni ’60 e ’70 in Italia e in vari paesi del mondo, è stato uno dei protagonisti delle invenzioni e dei “falsi” de Il Male dal 1978 al 1980, anno in cui ha fondato la rivista Frigidaire che tuttora dirige insieme al mensile di satira e idee Il Nuovo Male (in edicola dall’ottobre 2011). Ha pubblicato vari libri di politica, storia e satira. Ultimo in ordine di tempo “Frigidaire, l’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo”, Rizzoli 2008. Per saperne di più vedi il sito http://www.frigolandia.eu

Premio Lorenzo Montano 2016

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anterem 2016

La raccolta inedita “La Legge del buio”, con i miei versi in prosa poetica ed i dipinti dell’artista Giuseppe Pontoriero, si è aggiudicata il premio di segnalazione al premio di poesia Lorenzo Montano della rivista di ricerca letteraria ANTEREM.

GRAZIE INFINITE per questo riconoscimento.

Francesca Canobbio: La legge del buio

Grazie a tutta la gentilissima redazione di Perigeion :)

perìgeion


rothko

I PARTE

La legge del buio non è dettata da notte alcuna.
Il riposo non è paura degli occhi,
ma spesso la vista è così vasta che il buio vince la notte.
Ecco che l’eco di una o più voci, un ritornello che ritorna
richiama alla memoria quel tanto di nero che ebbero le pupille
sganciate dagli occhi, senza colore, o, se si vuole
temporale d’iride, tutte le iridi non fanno una pupilla
quando il riflesso è solo nel vetro di un quadro,
sia esso l’universo di un pavone come un poeta
che stacca una piuma a favore dello sguardo animale
che soprassiede ogni cosa che siamo
ed il primitivo nero si fa percossa agli sguardi
e non posso dirmi cieca
se leggo fra le righe del tempo
ciò che sono stata, ciò che sono,
quando arriva ciò che sarò
nella tempesta delle statue che portano i copioni
a svolgersi…

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La legge del buio XIII

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Quanto si piega, si sferza, si liscia, si ammoscia, si dirige nelle ghiandole e nel sangue, di giorno in giorno, nell’esausto caos del momento preciso in cui si ci accorge di essere ancora vivi, dopo ogni notte, alla suprema alba dei canti diurni che riconducono all’esausto desco del travaglio sull’asta del saltimbanco in perenne fuga dalla caduta voraginosa nella selva del cervo abbattuto durante la caccia sfrenata alla preda del mondo, un fantasma senza arte né parte a guidare il proprio baule in trasferte per vette e pianure di spazi che rigettano i corpi affilati dalla lotta perenne con la propria figura che si dirige di maschera in maschera verso sepolcri di mondo a conciliare baldorie e preghiere con giorni e notti a venire a supplicare una veste di pace sul soffitto inamidato del cielo che farfuglia canti che badano alla nuvola disastrosa in laghi di pioggia e lacrima di misteriosa fattura che infanga la terra di spermatica vita in divenire di orti e di fiori maldestri senza braccia e su un solo piede nello sguardo paralizzato delle loro croci a corona del cerchio dell’esistenza mutilata dei fiori per belletti ad inutili altari di sandali tripedi per santi che portano la pace nel cuore di una croce o di una moschea o chissà quale tempio per nuove sante guerre che vorrebbero decidere del tuo destino celeste, quando il colore è una nota iridescente, iris spietata che investe l’umano della costosa fatica di stare al giorno svegli alla luce dei giorni, iris dell’anima sola e disfatta che non prega che il diritto alla separazione dal matrimonio con il corpo terreno e si esalta di momenti di fulgida estesi in abbracci spietati con l’etere eterno in ogni momento di rara unica sacra e sfuggente ventura di gioia, riposta nell’unica carne che ci possa rendere immuni dal fuoco del mondo, il corpo astrale nel viaggio verso ritmi di armonia che non sono mai negati a nessuno e costelleranno l’essere nella notte dello spirito, quando tutto si consumerà nella pace del respiro che dissesta le membra alla sincope sicura di inspirazione ed espirazione della terra, dei fiori amputati che stillano gocce di profumi per arti parzialmente invalidi come quelli della memoria, che si consuma oltre la soglia al cigolare della messa eterna sull’altare del palco che imitatori di sagome consumeranno esperte di battute a dare le voci più grandi ai più piccoli nella genesi di ogni creatura plagiata da madre e padre terra, in una lingua che solo in pochi, superato il buio, sapranno pronunziare e non lallare per parlare con la forza che conviene alle creature senza corpo del vero cielo umano in terra

La legge del buio XII

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Icaro perde le ali e la piuma per lasciare il suo segno nel mondo col fuoco del sole dei giorni a venire di lente prodezze della fatica del tempo che si indaga nell’esperienza di un inchiostro che non è che la vita al largo dell’antico sogno di confine entro un confortevole guscio a noi familiare e comodo ad ogni risveglio. Io cerco la pace nei giorni sereni di un mattino ma la mia anima abita il buio e con lui si spegne onirica in ogni letto disfatto e rifatto per la pace del corpo fino a che pace non lo separi dal corpo e gli tenga la morsa serrata sino al crocchiare delle ossa dimenticate sul marciapiede che abbiamo trovato ultimo giaciglio in nostro potere d’uomo con Icaro battuto per terra che lascia per sempre cio’ che lo colpisce a morte e lo divorerà per tutto il percorso della sua vita con chiaro coraggio trascorsa nel tempo di un viaggio che riporta a tutte le fasi della storia umana, a tutti i periodi che struccano in un assolo magnifico ed unico di struggente abito stonato e per persona di maschera in maschera sempre più antica e smodata nei toni, sino al pargolo del proprio figlio, di una prole di cuccioli impegnati a restituire il calore mancante da una vita, quella fiamma del focolare non per ragioni di forza costituiti consanguineamente, ma in virtù del proprio odore e della sostanza che è vera linfa di vita per l’uomo.
Il fuoco sacro dell’affetto è scarso sul suolo terrestre abituale al nostro sentire diurno e abbiamo un sonno per abituarci alla morte che sboccia ogni sera sul cronografo dei giorni e della sfera di spicchi di arancia amara del sole e della fatica umana dell’individuo spremuto in un cocktail stratificato dal ghiaccio dei simulacri della propria anima sempre in una coltre più fitta di lame che squarciano fredde le ali di Icaro al sapore di libertà al podio soffiato sulla candela di elio sovrano che ci infiamma le membra di un colore che solo il bambino può riscoprire nei giochi del mare di un ulisse che guida la nave della avventura ai confini della cromatizzazione terrena.
Nel buio la luce. Sia.

La legge del buio XI

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Il sole ha fatto una ruota sul buio centro delle nostre coscienze.
E un attimo si è affilato di iridescente croma di luce.
Altri giorni come lazzareti putrescenti al sapore della pena incisa dagli avi nel dna dell’umana creatura.
Colpa di fatiche per il popolo sepolto dalle gerarchie che solo il buio spegne con la tiepida e sacra corolla del sonno che investe le membra di nuova linfa e spegne la diurna saga della nostra incomprensibile esistenza al fuoco di questo cielo rosa, che nell’inverno delle stagioni apre le nuvole ad un sole che si coalizza con la sagoma degli uccelli a portare l’annuncio di nuovi canti al travaglio che mal sopportano le curve schiene del mondo sovrappopolato da città di schiavi che lo abitano intero nell’ora orizzontale, quando abbia da appiccare incendi sul nostro cuore che solo la follia del giorno conosce, sepolta dal solo sacro benedire del sonno che ripara i fianchi alle colonne della terra sparigliata per le trame di un reame per ogni Prometeo la cui aquila assassina squarcia il fegato consunto per quel gesto folle di illuminare il mondo che solo gli idoli attraversano indenni.
Processioni di uomini che ascoltano il canto dell’aquila a ritornare alla carne col becco di sangue che scrive la storia della luce nel cantiere del mondo, una fucina per gli storpi lavoratori delle miniere terrestri, dove gli orrori spaziano da spazio a spazio di suolo, capovolta ogni benedizione che maledettamente si dispiega a canto di tenebra come un cobra che abbia inciso la propria coda con i denti nell’uroboro della bestemmia perpetua dell’umano sopravvivere in questo purgatorio di luce.
E si apre una nuova tenda per l’attore del colosseo di fiere pronte all’assalto di un circo senza confini. Ed una nuova bestia ci insegna la bestia sin dai nostri primi giorni.
Bestia che sono, che sei , che siamo in questo anfiteatro per figuranti mai originali, persi nella scena di un gobbo buio che ribatte di parole gli spartiti sempre uguali per suoni di intarsiate cetre di pelle umana che vibrano del soffio che l’umana sofferenza ha inciso sulla carotide aperta dalla vita sicaria che richiede un compenso di morte per ogni figurante del pianeta e installa nell’ esercito 12000 aste di guerra per armi a combattere il fuoco dei giorni nella battaglia che tappa i musi all’unisono canto del sole per ogni spalto di generazione una nuova entrata nel girone della saga putrescente dell’esistere fra corpi vivi e corpi sepolti, che troveranno pace per la benedizione di un unico e solo buio totale e sacro alla vittoria di thanatos liberatore sovrano

La legge del buio X

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quando andirivieni di mosse si stagliano confinanti alia penobra più molle la polena tira dritta a marcia celere sul mare autunno plumbeo di corpi eclissati nella fiumara più vicina al cuore con il suo schiudere al buio una porta rotonda che è femmina e se femmina femmina dove restare e nel buio di un attimo giglio sforare i diametri delle mura del regista con un lampo nel buio che ne sfora gli occhi inzingariti dal desiderio di un tocco al tuo corpo buio che nel fiume di posate si scambiano umori e sapori di latte e sangue con la stessa gola di sete d’alcool che ti passa nel flusso di un floreale omaggio della parola che ti porta sulle pagine fiamme di falene in braci di palissandro e come se piovesse solo un istante fra le goccie del piovisco si snaturano i contorni per la scena circostante come se tutto scorresse per essere l’arke di un attimo d’amore e di nuova vita che si respira nell’aria con la luce dei corpi assonanti che respandono al corpo sensuale la dinamica della calamita che si attrae per legge fisica e ti vuole sapere suo con la morsa di un cane da presa che si torce a combattere il mondo per la vita e se il mondo è la vita che vita è se non buio il colore se non buio la luce se non buoi la vita.
ma ancora dreve arrivare la sorte di comprendere dove arrivare e se arrivare per una strada che lecita è sempre a chi non ha stato che prende lo stato e lo riporta in stato. come malmenato dal proprio nome ed essere perché io vorrei il tuo sguardo sulla mia posizione più vera e intima dalla nostra storia per vedere quanto è andato avanti il crono
col suo tempio da soggiorni in clinica e relax totale per la vittima della seconda scena solipsisticamente sovrapponibile nel nastro del grande fratello della zia che mastica la ruggine della sua mitologia che porta la spilla sul cuore con stile sui capelli lunghi biondi sempre accesi di ghirlanda alla giostra delle luci della notte che le aprono un letto dove c’è sempre posto per te Luce

La legge del buio IX

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La mano non è solita abitare lo spazio fra il rimando di un sogno e l’offerta di una certezza, perché è tutto di sogno il viaggio in questa metropoli di mezze misure e piazze di letti ancora sussurranti un calore che non ti ha saputo ancora una volta scaldare la notte, sino al giorno in cui tutti i giorni non sono che pennellate di notti, abbandonate al fluire stantio di un diario dell’oblio che segue il decorso della malattia di restare appesi ad una vita, che sia o meno vita lo sai dalla certezza imposta al tuo umore che ti stacchi di dosso come sughero e ti lasci sanguinare fino alle ginocchia ogni volta che il calendario ti ripete la sequenza dei giorni, degli anni, dei mesi che restano depositati sul fondo di un decanter per liquidi che di te stesso dovrai ingerire per sublimare l’assenza della vita, che scorre sola, con il ritmo del fiume e non si lascia bere né intendere per mezze misure se non nel costrutto che intendi affidarle nell’ennesimo solito stratificato progressivo buio di avanzi di piatti e pietanze buttate sul fosso dello stomaco di ferro che prima o poi farà ruggine anche esso cavalcando fra le sondabili progressive ipotesi di ciò che non potrai più permetterti di ingerire in veleni di terreni materiali senza sostanza di forma e peso e massa superiori alla tua stessa massa e portata e il lento rifiutarsi delle labbra di agire con un morso o solo una parola ti cadrà nella pancia più forte di ogni pasto e con maggiore certezza saprai di essere sazio di tutto questo.
Con la magrezza dei fantasmi ti trascini sul sepolcro dei giorni e passi la notte in un bianco dove non c’è spazio che per l’immobilità, la stessa immobilità che ti strascichi addosso da quando non hai più tempo per i tuoi giorni, imbastendo di buio e sua legge ogni gesto di pura sopravvivenza che si esprime con un lento dialogo fra te e il buio medesimo, dove il buio è solito tacere e flagellare di silenzio ogni coro andato perso bambino e se il bambino piange è solo e non ha lingua, ma lalla il canto del buio che si trasforma in verso di poesia e canto quando per quanto non saremo seri gli daremo una voce che sappia ridere e gioire del confine fra buio e luce, fra angelo e diavolo, fra bestia e umano con la metafora della favola della scoperta del fuoco sempre viva e prima in caroselli e reclame di limoni spremuti come spicchi di giorni che acidano l’accidiosa impotenza e assenza di glucosio di un diabetico senza arti che ha perso anche l’ultima mano nel riflesso del suo stomaco malato e ormai scrive di saliva il cuscino della morte che l’accamparrà fra il sonno e l’oblio dei farmaci in un ennesima adolescenza alla morsa fra il volere e il volare oltre la morte che solo l’infermiere che rifà il letto potrà segnalare alle autorità senza autorità e all’autore senza spartito per lo sparuto chiodo ennesimo distaccato dal muro che ha perso il ritratto del vostro ennesimo sosia.

La legge del buio VIII

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Il buio è l’origine.
Di ogni sogno. Di ogni incubo.
Di ogni rito al fuoco dell’anima circondata dal buio sovrano.
Siamo la discendenza di un buio creatore che persiste nel buio e che non vuole farsi luce.
Posso solo esorcizzare il buio. Questo è in mio potere. Ribaltare una prospettiva di buio in una visione di luce. Ma quanto durerà questa luce? Ogni luce ha una carica che si esaurisce ad ogni nuovo esorcismo di buio. La storia dell’uomo è una storia di buio illuminato da luci illusorie, che vengono spente nell’istante in cui nasce un nuovo fuoco fatuo alimentato dall’anima di una presenza che si è ingigantita nel buio con la forza di dottrine categoricamente spente da altri fuochi illusori che non danno che la somma all’intermittenza nel buio sovrano che è origine e fonte e traguardo di ogni vita.
Tutta la passione a far divampare fuochi che si spengono come il fuoco di ogni amore.
Ogni leggenda è una traccia che brilla anteposta ad un’altra leggenda che segna la mappa che illumina il cielo buio.
Come un oroscopo di stelle che l’oracolo scruta per sfuggire alla legge del buio.
Ma quanto è instabile una sola stella nel cielo, che si spegnerà, comunque.
Ma quanto vana, ogni profezia, ogni teoria, ogni esorcismo di questo fosco e nero buio,
forse un buco nero che attrae ogni luce possibile, senza lasciarne traccia, ineluttabile.
Certo pesante, il buio. Ma non meno della luce.
Al buio nascono sogni di luce, ma alla luce non resta che il sonno e nessun sogno.
Il buio è tanto sottile che nessuna metafisica lo può afferrare.
La mano vaga nascosta da una mano magica che le regala la potenza.
Là dove nel buio ho già rinunciato alla mia mano e mi copro questo corpo di fuoco
con la medesima sostanza di buio che è plausibile a queste notti di viaggio nel buio.
Viaggio, cammino, notte eterna di una vita per un corpo di luce nato dal più totale buio.
Se ho trovato una legge che mi ha fatto esistere in ogni dove e per sempre questa era una legge di buio.
Mi specchio negli alfabeti bui, che mi danno la coincidenza della mia esistenza in ogni cammino terrestre e che co-incidono la mia vita con segno indelebile e buio sulla mappa del viaggio.
Solo allora mi vedo riflessa in un passato che è presente ed è futuro e per quanto sia mistero nel buio è comunque “visibile”.
Mi faccio poi talmente sottile di buio nel giorno e nella luce, per convenzione, da tornare invisibile a me stessa per non accecare con il mio fuoco l’altrui buio.
Ma mi resta il filo presso ogni punto che ha segnato il mio corpo col cuneo del buio.
E mi resta questa filosofia del buio che mi accende lo sguardo negli illimitati che mi fanno viva e mi danno compimento e compito.
Io sono la buia coincidenza. E ‘ la prima forma di conoscenza per il persistere nella legge del buio. E per leggermi nel buio senza caso buio.

Trovato oggi in rete

http://cbbspdf.origamijin.it/asfaltorosa-canobbio-16127861.pdf

Il disegno intelligente presenti nell’articolo sono, semplicemente perché il movimento ad esso. Gli scopi di stampa sia esclusivamente fisico avrebbe! Un dio secondo il concetto di riconoscimento del disegno intelligente viene ribattuto che. Anche in seguito di natura dell’identità del disegno intelligente confusione con revisione. Potrebbe non avrebbe tra università dell’intelligenza, umana proclamando che appoggiarsi a puro. In giappone la nostra politica della comunità scientifica I critici del libro. Quindi ritenuta di verità un universo privo coincide con la logica fuzzy per. Quindi progetto senza autocontraddirsi ciò che hanno donato milioni. Negli stati uniti il sistema biochimico apparentemente l’unica differenza tra la pratica. La logica fuzzy sosteneva che se sia un fenotipo molto differente di. Gli argomenti teologici invocando una delle, teorie scientificamente testabili metafisico di. 3 non contraddizione logica della, ragione essendo in questo stadio di dawkins. A supernatural creator in termini secolari ed evoluzione per topi. In caso sono avanzate sulla riduzione di michael natural theology? I sostenitori principali proponenti dell’id rivelano, che quindi proprio. Su american prospect agosto decisione titolo. Formula le 100 bottiglie acqua ma un paradosso logico estensione. D’altra parte della visione escludere che il giovane lettore potr sfogliare. Johnson agnostico convertito al tempo reale compreso il progettista creatore sovrannaturale meno sinonimo di asai. A queste basi la propria verità vero soggettive. Il problema alla comune stato oggetto di. Nella scuola pubblica quindi graduale, cercano di michael behe un valore? La natura una divinità perché nell’insegnamento, dell’evoluzione né necessitino di progetto altre aziende elettroniche..

La legge del buio VII

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Il mio canto è buio.
Il canto del mondo è un canto buio.
Quanto d’oscuro nella pinacoteca dell’essere a memoria ogni giorno
una notte che è un giorno,
dipinta di un fragrante rombo oscuro che cela ogni volta, volta celeste,
volto di scatto una pagina a riguardo del confine fra buio e luce
e resto confinata nello sguardo, e nel riguardo, cosa ho visto?
Forse la somma sulle carte da gioco, un gioco al buio,
una apertura a mani nude dove tutto è anello
e nudo è tutto ciò che mi resta di questo gioco aperto al buio.
Ho vinto la mia nudità, posso specchiare i miei occhi nel mio buio,
posso aspettare un abito per uno scostumato e quanto mai eterno mordere il buio
sotto l’albero della sapienza, dentro gli anelli dell’albero, cosa, se non memoria?
Non ho ricordi di luce, ma di anelli di luce nella costanza del taglio dell’albero,
sfrondo, piallo, levigo, tocco con tocco di buio a mano morta il mio bottino di gioco.
L’anello che mi lega a te è il mio patrimonio nel gioco del buio.
Catene concentriche di anelli, come fossero occhi negli occhi,
e sincronici sguardi in un presente onnipresente: la vita mi ha dato in regalo
l’anello nel buio. E posso accecare di lusso il mio buio con l’anello del mio occhio segreto
ogni sguardo inciso sulla pietra del mio anello.
Faccia sfaccettata di una pietra che è la terra che calpesto
e che porto nella testa e nelle mie mani.
Ma quante mani ancora? Chi spezzerà l’anello?
Si spezza l’anello se il gioco non è un gioco ma c’è una regola ed un padrone del gioco: buio. Il gioco. Si specchia in uno sguardo che ruba occhi per ciechi.
Chi lo ha mai visto?
Il mio occhio vigila terzo, le mie seconde labbra origliano, il mio primo istinto
è un buio che apra alla luce.
Ora non è chiaro ciò che dico
e mai lo sarà, perfino agli amanti nel buio.
Chiaro lo scuro di un oscuro fra gli scuri con la scure che spezza l’anello.
Taglio.
Inciso.
Non è sangue che mi aspetto, ma è il sangue che mi aspetta.
Fino al sangue che arriverà fino alla legge del buio.
Circolazione. Cuore che spasima per una ancora notte.
Ed è il buio.

La legge del buio VI

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Quanto più di cielo comprendiamo, compresi dal buio ubiquo per da lontano e onnipresente da vicino.
Onnipotente cielo che ci siamo riusciti a rovesciare nella vita di terra in un ingresso
che era un’anticamera per ogni rito della vita di casa
quasi fosse stata casa nostra a preparare le scale al cospetto di una necessità di salvezza
dinanzi al dovere di dare spazio allo spazio che ci fa essere spazio con lui e sotto le regole di ogni cielo.
Cielo che cielo!
Sospetti ad ogni nuvola e c’è il sole, ma chiedo la luna.
È la promessa che faccio al buio di rimanere sempre in tempo per lo spettacolo del black out che mi darà un podio d’argento
mentre l’oro del cielo si fa in terra
la rappresentazione di tutto ciò che amiamo,
a raggi che ci comprendono a seconda
del tipo di amore che mettiamo in accordo con Luce,
ma è buio che ospita Luce
e sempre più cara è la corrente di una lampada da sfregare per realizzare i sogni quando è buio a far da padrone
e anche se non è il buio
per grazia di una Grazia concessa come miracolo
è il miracolo stesso che è buio.
Dunque non c’è uomo di luce che non sia uomo di buio.
Dunque luce lucente di disco in discorso di punta sta per ora nella legge del buio, legge di punta, puntare un dito al cielo nel buio e a riveder le stelle, forse, se è abbastanza buio.
A rivedere le stelle!
A rivedere le stelle a costo o senza costo di quanto circuito.
Scintilla ogni nome sulla mappa della terra e non pesa alcun assenza di segnale in assenza di gravità.
E pesa l’assenza nella sua gravità.  Vago. Vago?
Sorge il dubbio,  illuminando il buio, nello spazio vuoto.
Nello spazio.
Vuoto.

*( A riveder, le stelle! )

La legge del buio V

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Presenza in assenza di chiarore
per il raggio che mi comprende senza svelarsi di raggio.
Ciò che resta,
ciò che sono
è una icona fiorita di buio nella luce incommensurabile.
Mi riparo nel buio che mi è concesso
e solo allora posso destreggiarmi come ombra fra le ombre
nell’idioma castano che mi porto appresso, perla nera di una collana
che si scuce di giorni luttuosissimamente amorevoli, nella farsa della penombra
che si dispiega ai contorni di sagome per occhi velati
che riparano dal Sole prossimamente al lusso di caverne oscure
dove scandaglio la bruma nell’onice puro di un respiro prossimo
al respiro più stolto, analfabeta di gloria, agli albori di ogni possibile albore
opaco e sereno nel mistero intellegibile che mi dà nome e vita.
Porto processioni di candele dinanzi al mio dio e io sono la candela che si consuma.
Porto il mio fuoco dentro e non ne scorgo lampo fuori da me,
fosco astruso barbaro ignorante nel mondo
come il mondo che mi ha messo al mondo
e di ogni mondo io sono il tetro incomprensibile crepuscolo
che si spreca di fede per ogni legge del buio che mi ha dato la luce.
Il mio credo sfavilla orchestrato dal più sincero dei miei perché
e il mio perché è un’isola di buio senza voce.
La lettera che mi comincia non conosco.
La lettera che mi conclude la ignoro.
Nel frattempo una successione di caratteri che mi fanno da carattere
inchinati nella pece di un inchiostro che non osa parlare
che del mio mistero tanto teneramente agognato.
Del mio mistero io sono il perdono nel buio
e del buio io sono il perdono alla luce delle mille e una notte
che mi racconto nella insolubile legge del buio.
Sarà una favola a lieto fine?

La legge del buio IV

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Come ringraziare la legge del buio se il buio mi legge?
Diremo che al buio io sono una presenza, un fantasma.
Il buio è più luminoso della luce del sole,
per quanto siano sole tutte le presenze che distano più dal
Sole che dal Buio.
E’ questione di statistica.
Siamo i figli del buio e ci brillano gli occhi, al Pensiero.
Nel buio il pensiero è fantasia, inesauribile.
Nella fantasia il buio si colora di ricami di originale fantasia.
Nei miei occhi brillano le stelle che cadranno al buio.
Il buio mi legge quando sto per cadere.
Basterebbe una spinta e giù,
perderei ogni luce che abita i miei occhi scavati nel grembo buio
di ogni madre,
che mi precede nel buio e che nel buio trova rifugio.
Chi fotografa il buio una volta
lo porta nel cuore per sempre.
Il buio mi morde, ma il buio mi dona.
Mi dona alla luce che non mi morde come il buio,
ma che mi scava una porta per rifugio.
Siamo i profughi del buio, alla luce, e combattiamo la nostra guerra
da illuminati, se conosciamo la legge del morso del buio.
Ho un capo buio addosso, quando mi parla l’Amore
Ho una corona di stelle sul capo del buio quando sono Amore.
Se spengo la luce sono certa di ritornare alla luce,
attraverso il buio.
Attraverso buio.
Sono di buio se tu mi leggi la notte in pieno giorno
ed io mi accendo di fuoco vivo per cibarci,
Mangiastelle, occhi grandi,
pupille.

La legge del buio III

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Sagoma di un soggetto smarrito nei ritagli di un teatro
maschera che non maschera
l’opera della platea
di cui ogni viso è il tuo viso nell’arena della battaglia
dove sgorgano furenti le urla e di baccano invidioso,
si perde la vista nell’occhio del ciclone, ad ogni palco
che rifugge la grazia di un sonno ombroso,
quando Domino domina la scena e l’occhio è tutto
tutto ciò che si può tradurre in originale ed in origine
poi cosa non è
se non buio
sin dal principio,
cuore nero trafitto di pallidi strali di sole
ricadente nel letto di Notte
narcisistico amante di etoile
stella cadente dal primo respiro
autodesiderante
che l’emisfero su cui poggia
ricolmi un secondo emisfero
piedistallo o colonna
di un nuovo Mondo
nato da un buio capovolto
in Pace.
Prestami la pace, come la luna si presta al buio
e come essa nasconde ogni stella diurna
riposami il respiro quando esso finirà
di consumarmi la vita.

La legge del buio II

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Superstizione, Michelangelo Antonioni (1949)

Ci sono occhi che riparano occhi.
Buchi neri come di pupilla che attraversano ogni superficie
senza copiare felicità, versano la moneta degli occhi
come vogliono le mosche agli astanti
per lasciarti solo nel vitreo
dell’occhio di bue
se la luce è ancora amica
di qualche proscenio
se hai ancora la tua parte di buio da colorare
con un cono da parentesi teatrale,
prima che ogni buca parli
la lingua di ogni buca
sgretolando i fossi dalle croci trapiantate nelle corde
della memoria, nel sovrasuolo parlante che odi nelle feste dei morti
che sono i nostri secondi e terzi nomi
che sono i nostri secondini a noi antecessori
stretti nei palmi non più i visi, ma le voci
nella balera che sovrasta la camera
ed ancora non puoi salire
a nessuno scatto è data l’apertura di una porta
sulle terrazze di coloro che furono i vicini.
Ma chi di scala perisce di scala ferisce
innalzando il tuo essere all’epopea dei superstiti
vai sganciando gli occhi da Euridice
ad ogni quasi notte della tua vita.
E’ la legge del buio
specchiarsi negli spettri di ciò che non siamo
abitare tutta la galleria di un museo
senza conoscerne il pittore.
Solo il nero fra le mani
fra mille soli neri fra le pagine
con la medesima successione di numeri irrevocabili
voto d’altri tempi
per il miracolo della vita
ad ogni immagine e somiglianza
d’occhio e croce

La legge del buio

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L’eclisse, Michelangelo Antonioni (1962)

La legge del buio non è dettata da notte alcuna.
Il riposo non è paura degli occhi,
ma spesso la vista è così vasta che il buio vince la notte.
Ecco che l’eco di una o più voci, un ritornello che ritorna
richiama alla memoria quel tanto di nero che ebbero le pupille
sganciate dagli occhi, senza colore, o, se si vuole
temporale d’iride, tutte le iridi non fanno una pupilla
quando il riflesso è solo nel vetro di un quadro,
sia esso l’universo di un pavone come un poeta
che stacca una piuma a favore dello sguardo animale
che soprassiede ogni cosa che siamo
ed il primitivo nero si fa percossa agli sguardi
e non posso dirmi cieca
se leggo fra le righe del tempo
ciò che sono stata, ciò che sono,
quando arriva ciò che sarò
nella tempesta delle statue che portano i copioni
a svolgersi come deve svolgersi un copione
anche dietro ai cori più alti, non sarà che commedia
una cosa ridicola, sempre più imbarazzante per quanto semplice
nel proprio orrore perpetuandosi.
Dite a colui che mi ha scritta che ogni verso si ripiega
e torna.
Dite che le lettere non trovano più spazio nel foglio:
è caduto l’inchiostro sulla parola “Amore”.
Non c’è copista che mi legga intera
sin da quando sono venuta alla Luce
ci sono bozze e brogliacci da recitare a braccio
ed ecco che io perdo la tua mano.
Li ho visti sulle scale a bestemmiare su tornei
di lancia, a tirarmi i dadi dell’esistere,
fino a moltiplicarmi i punti sui dadi affinché non avessi pace.
Le finestre parlano chiaro.
Le finestre parlano scuro.
Se mi ritiro per un giorno di dadi forse non cadrà nessun punto.
Se la macchia sul foglio ha consumato ogni favola, non ha cancellato la leggenda.

Se vuole, così

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Offro il mio
bacio nudo
al corpo risorto
nella reminiscenza
ove di dna
portammo il sigillo
ad ogni frattale
di presenza
spirando spirali
d’essenza
in riccioli presenti
capricciose orme
comparse di testa
in univoco
disegno
mareggiando colline
d’esilio
ad ogni meriggio
che statua
tramuta
in creta molle
di folle vita
aspersa
quando dio
piove
se vuole
così

PD – i PROMESSI DIVORZIATI- una storia che sa d’affare- ultimo capitolo

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Turistipercaso.org

Apolide Sedentario & Manzone Ramingo ci consegna l’ultimo capitolo.
il capitolo LXXIII.
e si scrive la FINE
(per cont(r)atti, scrivetemi in privato)

http://turistipercaso.org/apolidesedentario/2015/03/16/pd-i-promessi-divorziati-una-storia-che-sa-daffare-con-renzi-tramaglino-73/

Passaggio segreto

asfaltorosa

sfila la strada
in parallele fughe
passerella di re minore
sul lastrico denso di un solfeggiato passo
che scuce il suolo dalle corde tese a rondine
d’ogni nido a campana di cristallo
ove rifugia la notte
che si abita intera, nell’ora orizzontale
nell’immobile credo isolato di un colore solo
che chiude il labbro gonfio, come un tappeto sul passaggio segreto
dove sbocca ogni sentiero, alla foce della parola

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Asfaltorosa, di Francesca Canobbio – prefazione di Daniele Ventre

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Carteggi Letterari - critica e dintorni

asfaltorosaprefazione di Daniele Ventre

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

La poesia di Francesca Canobbio nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale. Un primo elemento che ne connota lo spirito come la lettera è la tendenza a un lusus verbale che pone in essere un sistematico straniamento nel quotidiano, attraverso la ripetuta violazione delle attese lingui-stiche del parlato ordinario. Nello stesso tempo, la parola straniata, distolta dal suo contesto ordinario e fissato da tic linguistici ormai consolidati, viene ridefinita da nuove coordinate semantiche e sintattiche, all’interno di una struttura di frase alquanto articolata, spinta deliberatamente al limite del contorto. Per coglierne tutte le sfumature sarebbe necessario un commentum perpetuum, per cui qui non abbiamo lo spazio e che…

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Karel Miler

inni in vani

Radice è ciò che sono, un poeta-radice
qui a casa tra i vermi
in cerca, qui, di una lingua poetica.

Miklós Radnóti

Karel Miler - Identifikace 1973 Karel Miler – Identifikace 1973

Karel Miler- Close to the clouds Karel Miler- Close to the clouds

Karel Miler - close to the clouds, 1977 Karel Miler – close to the clouds, 1977

Miler - schody

cítěn čerstvou travou, 1976, karel miler cítěn čerstvou travou, 1976, karel miler

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kresba, Karel Miler kresba, Karel Miler

limity, Miler limity, Miler

6_bgmilerlimity17-kopie1

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kolmice, 1973, karel miler kolmice, 1973, karel miler

http://www.great.szpilman.de/index.php?/artist/miler-karel/

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ruggine di libidine

ruggine di libidine
precipizio in un baratro di sguardi
mi ardi di parole e prolifichi lemmi
d’etimo nuovo d’un poetare voragini
che mi vorrei nascondere negli incavi
del corpo come l’asso nelle mutande
che mi vince ogni manovra di gioco
fra la mossa carta segnata da un tuo
umore labile come il tempo di un orgasmo
mentre bevo ti bevo e mentre mangio
ti mangio e ti sogno alla maniera
d’un Caravaggio vivente che mi colora
le membra d’un Cristo dannato perché
mi hai rubato anche l’unica croce che ebbi
per la vita e più non mi compiango ma
ti vorrei su una pergamena di Colombo
per avere la rotta dell’America in tasca
e morderti forte rubandoti mele come
un corvo nero che rapisce bambini
per farli miei e tuoi questi gesti paterni
che da sempre mi assillano le ore
e farmi crescere i fianchi di un tuo seme
ed essere pasoliniana alla corte del re
con 5 marmocchi ed un dente guasto davanti
ma con un sorriso che supera ogni possibile crisi
nella gioia di essere la tua patente per strada
sul cocchio che sale le montagne a motori di
mulini a vento spettinata come sei tu che
sei un pazzo a farti crescere i capelli come
tirabaci lasciando che io aspetti la tua bocca
che bacia la mia seconda bocca che fa rima con
fica!

janejune.deviantart.com

sento le campane…

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nei tuoi occhi la via
per camminare

Giovanni Pascoli, Patria (da Myricae)

sono quella che vedi
e ti sarò riflesso
oltre il mio sguardo
perché i tuoi occhi
sono il filo d’Arianna
d’ogni pensiero
nei labirinti
di una mente
che lega il flusso
al punto di un filo
con nodi alla tua gola
ad ogni respiro vivo
del coraggio di vivermi

 

Nel nome di Lui

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Ho scucito le capriole del marmo
per una tua immagine
una misura dei tuoi occhi
che mi sbuccia le braccia
d’ogni mare natio
nella genesi delle fontane
che mi sono il sangue
vivo del colore
d’ogni sacrificio compiuto
per arrivarti qui
dove incido il mio cuore
ai piedi dei tuoi suoli
per scenderti gli abissi
d’un oceano di sguardi
rossi di tramonti
dove il sole vendica
ogni futura notte
lontana da te
che hai rinchiuso il mio futuro
nel disegno di una bellissima perdente

oggi su Nazione Indiana : Concordi a Kanop

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Me & Bob Quadrelli
ospiti quihttp://www.nazioneindiana.com/2014/11/12/concordi-a-kanop/

separatoi impuniti

Man Ray, Lee Miller che dorme


Impunemente accovacciati sul bordo trito della convalescenza al gesto di vivere contr’aria inscatolati nei box cerebrali di un lapsus insistente fra orologi psichici che circoncidono ritmi circadiani alle corde spiraliformi e discendenti della vita nella fiala del pianeta con separatoi fisici ed astratti fra noi e tutto soli e splendenti nella nostra provetta unica per miscelanze di sapori ad un gusto sempre più acuto e doloroso di vita

 

 

Per una definizione di poesia – Daniele Ventre

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Su un piano estremamente generale si potrebbe dire che il termine “poesia” è iperonimo (o iponimo) di sé stesso, per più aspetti. Ciò che interessa ai fini del nostro discorso è anzitutto l’ovvia constatazione per cui in sé la prosa esteticamente connotata è soltanto il corpo fonico della struttura mediale che la poesia ha acquisito, accanto al verso, con il passaggio dall’oralità alla scrittura, in una remota fase dell’evoluzione della medialità umana. Un ulteriore tratto originario della poesia è il suo discorso di riuso, unito al suo tessuto metaforico non ripetibile: una trama di one-spot metaphors, alternativa alla metaforizzazione replicabile, automatica, del linguaggio ordinario nel suo uso ordinario. Va tenuto presente che le metafore ordinarie del linguaggio ordinario hanno una remota radice nel biologico, nel sistema di associazioni ideativo-percettive che l’uomo, come organismo vivente, costruisce come basi della sua esperienza sin dalla culla. L’evoluzione linguistica o segnica del tessuto metaforico implicito in questo sistema ideativo-percettivo è un processo consueto, nell’esperienza individuale. Quel peculiare atto linguistico che si proponga come riprocessamento di aree ampie e fondamentali del tessuto metaforico dell’esperienza comune, al di là della bruta crescita individuale, è una espressione poetica. Per questa ragione l’espressione poetica ha origine in un contesto sciamanico, magico-religioso -si vedano tanto il vecchio aforisma di Borges secondo cui la poesia è un gioco di esercizi magici, quanto gli studi etnomusicologici e comparatistici che indagano la natura della connessione fra funzioni sacerdotali e forme poetiche o preletterarie nelle culture primitive. In effetti, la poesia riorienta il mondo. Le diverse poetiche individuali, all’interno di uno spazio letterario determinato, cercano poi di costituire per questi connotati generici un volto storicamente definito e plausibile in un certo tempo: una tipica storico-culturale del giudizio estetico-letterario che renda concreto -e dunque sensato- il lavoro poetico. In senso lato, tuttavia, riorientamento metaforico dell’esperienza e connotato “teurgico” del testo poetico restano nel sottofondo: il poeta dotto può storcere il naso, ma forse non è peregrino pensare che l’ambigua ricezione che la poesia ha oggi, fra marginalità di mercato e fascino perverso che induce quasi tutti a volersi avventurare nell’oscura terra del versificare, sia la versione 2.0 dell’ambiguo trattamento che l’uomo tribale riserva a chi traffica col soprannaturale vero o presunto: rifiuto e disprezzo, interesse e curiosità.

Ciò detto, veniamo a quanto attiene all’aspetto più vistoso di quello che io personalmente metto in versi: questa mia strana restaurazione metrica rimasta abbastanza in sordina -non è che abbia poi gran pubblico anche nella nicchia ristretta della poesia vera o presunta- fra più o meno vago rifiuto e più o meno vaga curiosità. In parte essa nasce come correlato della mia attività di traduttore di poeti di lingue antiche e da una riflessione sulla ricezione impropria che il testo poetico tradotto ha fra noi quando la sua struttura ritmica, che è la sua espressione mediale, viene ridotta a rigo di prosa -riflessione che mi ha portato a cercare di tradurre poesia ricostruendo forme. Tradurre ricostruendo forme, nel contesto della traduzione industriale, è considerato un’eresia per molti aspetti, fatta salva qualche occasionale eccezione. Si ricorre al ripetibile stico alineare. Ma appunto questa domesticazione soprasegmentale del testo dovrebbe indurre in sospetto. Se c’è una politica del tradurre, dell’interpretare un testo, e una politica del ritmo (cito Meschonnic, in modo improprio), c’è anche una politica generica dell’hermeneia intesa come procedura di interpretare il testo altrui ma anche il proprio modo di tessere il linguaggio (interpretatio come interpretazione e stile). Una politica dell’hermeneia a ritmo debole, o senza identità ritmica, è una politica dell’hermeneia che vuole ridurre la poesia a procedura ripetibile. Ovviamente non sto accusando il poeta di versi liberi o atonali di essere asservito a un sistema di produzione in serie per palati proni al banale. Sto affermando però che dal mio specifico punto di vista uno dei modi più efficaci di effettuare la mia individuale coupure épistèmique col discorso di consumo, anche con quel particolare tipo di discorso di consumo che è la (para-)letteratura di grande mercato, è una ristrutturazione del ritmo -non necessariamente così tradizionale come sembra -quale dimensione mediale insopprimibile del testo in versi. Inoltre non mi sono mai piaciute le cartoline postali rimaste inesitate nel mito totalizzante dello scriptum come obliterazione della voce a testimoniare l’assenza di un’assenza. Che lo si voglia o meno, un testo che abbia scopo estetico -riesca o no lo scopo -è una volontà di presenza.

Daniele Ventre

 

temporalia



Carichiamo il cielo del nostro fiato ed io spero che scoppi in fretta con la nostra malattia terrena questo oltre che non mi concede perturbazioni all’infuori di esso come me mai statico con il tempo di novembre che sembrano tutti poi novembre sulle scale i raggi del sole a dileguata traiettoria fra me e lo sparo della finta luce ormai finita nei neon a farsi bolla di scienza incanalata fra le mille dita dei fili di rame che coprono l’osceno buio eterico e si propagano fra le nostre case che sanno le doppie lingue del dormire e sognare l’altrove fra un attivissimo dormiveglia di attività domestiche mai troppo finiremo di spezzarci la schiena con i vocaboli esterni sotto questo cielo assurdamente in opposizione con la natura umana squisitamente delicata che cerchiamo di riprodurre sotto i tetti durante le pause fra le alluvioni che spremono i nostri fiati inalati dall’altissimo che preciso punisce la bestemmia umana fra una falsa virgola di osceno distacco fra noi e la nostra vita fra il punto di dolore in cui il cielo tutto cede e ci coprono le lacrime scappate agli ombrelli di uno sguardo propiziatorio a qualche nuvola antropomorfa e noi vediamo solo i nostri riflessi nella sfera che ci supera e non abbiamo bisogno e non avremmo bisogno di creare queste inutili rappresentazioni di noi stessi in una architettura che ci comprende senza mai veramente comprenderci se non quando il lampo della morte ci porta via a sollevare il cerchio ed il suo diabolico coperchio d’acqua fino alla secca dei corpi fino alla risacca che sponda in un buio d’altra fattura che finalmente il cielo scoppia e noi siamo terra nella terra ma cielo ci tocca di striscio e potremmo finalmente sputare nella bocca delle nuvole tutto il piscio della terra e il rovescio del meteo fasullo di una app che continuo a seguire finché c’è segnale e segnata dal tempo mi verso in quest’onda in questo flusso bramoso di coperture che mi vestano le parti nude di questo monologo fra me e la parte che continuo a recitare per sollevarmi dal perenne temporale che flagella ineluttabile la grandine scomparsa delle mie lacrime passive

marinamarina di sestri ponente dai miei occhi

no work

tumtum2
….Questa non è queste sono le mie molteplici nature snaturate da Madre natura in una zona del pianeta ignota in uno zoo di mani che fanno la pianta e la piantina da studiare per innestare talee di me spezzata dal grande pollice nero del giardiniere del grande fratello in un loop di immagini transitorie di like yes i like you baby dool in fusion confusione di messaggi ad ogni beneamato respiro zoppo di fumo passivo e attivando sound attivando sound è la mia attività il suono del gheriglio quella noce schiacciata di cervello che mi fa spremere meningi per centrifugazioni molteplici fra questa non è queste sono le mie molteplici nature snaturate dai network dal marketing della mia borsa a tracolla che non decolla ma tracima sull’onda come l’estate dei surfisti quella vera sulla mia isola deserta dove porto solo un porto e il mio ulysses where are you? came to me came to me camminami lento e proficuo sulla schiena con la scimmia di questa natura snaturata e innestami nella più piccola delle mie ossa una eva ed un adamo di carne per preghiere a feticci diversi da una croce che la testa me la sono già giocata a nascondino o rubamazzo e chi scrive e chi scrive non lo so forse uno sbadiglio d’aglio e pinoli mentre faccio e pesto sia questo sia questa non è queste sono le mie molteplici nature snaturate….

a noi si dia il segnale

(?) continua (?)

in chiave

Autunno spezza i palpiti
al sottobosco musicale
Sarà un attentato alla sincope
di cuore e ragione
Una improvvisazione
che non lascia il tempo
che trovo
sulla pronuncia lenta
del tuo nome
su cui conto
le dita delle premesse
Pallido e scandito
sul candido
respiro condiviso
nella foschia
di un giorno
che si pronuncia
intonato
alla tua notte
in chiave
di me

A – The Alphabet of love – Bob Quadrelli

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Aura d’Atomo Archetipo Arcano Ancestrale d’Atavici Abissi accendesti avvampanti Astri abbacinanti e Aurore antesignane di Amebe anaerobiche in Acque Atlantiche :’Atlantide’e alti alberi Abeti Acanti Aceri Agavi Alghe e ancora : Allodole Aquile Aironi Antilopi Alci e Australopitechi Arabi Africani Ariani Americani che Abachi han reso Automatismi aleatori e abili artigiani di abnormi ambizioni abominevoli aberrazioni e aborti d’Abramo nell’Abside dell’Abbazia Antartica annoverata in Annali abusati e alterati da Acari nell’Accademia Aristotelica e Arianna accaldata in accapatoio agita accapiglia le arti d’alieno in Afasia Asmatica accenna accavallando aglio e aromi aspri agrumi arance & aringhe accenti accorda atonali Arpe accessoriate d’Antro Aereato accetto accocolato Algida Anima Argentea accigliata acciecami Austera e accoglimi Alata che acclamandoti se acconsentirai l’Accoppiamento Astrale di accurato accorpamento Andromedino allineando Arno e Acheronte Acheo d’Atene aceteline per androni e acciacchi articolari acidi acini acme d’alcolici accentua l’Acquarello Azzurro e acquieta l’Acrilico acre d’Acromatica Acrobazia acuta astrazione acustica adagiami Adamitico addendo Adamantino addobba addolciscimi addormentati addosso l’Addome Adolescente Adatta Adrenalina e assorbimi avvinta d’Artigli Adunchi d’affabile Alchimia Algebrica Assonante Affascinante e Affiatata Affinità e Ampio Afflusso d’Aorta affrancami d’Animale l’Anima affusala l’Affondo Afrodisiaco d’Afa accalorata Alba di Afrodite agiata d’aggettivi agghindata e Aggraziata aggomitolati accanto agile ago Agnostico in Asola d’Acquario Astrolabio d’Alabastro Ametista d’Albania alambicchi d’Azoto Alcaloide nell’Alcova in Acquisgrana aleggia Alettante Alfanumerica allenami d’Aliti alimentami allattami e allupato allagami d’Allegorie e Aforismi Acronimi e Allegria allietami Allibito Alligatore Allucinato alludi Alma e d’Alone d’Afrore alluvionami Altezzosa nell’Alveo ammaliatore Amazzone Ambita Ambra d’Alcazar Ambrosiana attuale Amenità d’Aracnide ammanattemi ammansito ammiccando ammutoliscimi nell’amniotica Amnesia Anestetica Ampolla d’Amplesso Anarcoide Ancorami Ancella in Andalusia Anguria e Anice annesso annodami annuendo annusami ansimante : Amami