Asfaltorosa

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Francesca Canobbio - rosadstrada:

Su Reb Stein , La Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, il mio libro “Asfaltorosa”. Grazie, ancora.

Originally posted on La dimora del tempo sospeso:

Gianni Priano

Daniele Ventre
Vincenzo Sparagna
Francesca Canobbio

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

     La poesia di Francesca Canobbio, nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

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Da Arcolaio ning – CASA EDITRICE L’ ARCOLAIO

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ipercoopLOGOARCOLAIO

Presentiamo quest’oggi il primo libro di Francesca Canobbio. Il titolo, “Asfaltorosa”; la collana, Arcolaio.

Introducono l”opera Daniele Ventre e Vincenzo Sparagna.

Per comprendere a fondo quest’opera di Francesca, pubblicheremo qui sotto due frammenti tratti dalla prefazione e postfazione.

Concluderemo l’articolo con la ripresa di qualche testo.

Buona lettura.

Dall’introduzione di Daniele Ventre:

Il romanzo della parola esplosa e ricomposta

 

“La poesia di Francesca Canobbio nel panorama della lirica di questi anni, segue un percorso specifico, alquanto composito e diversificato, in cui però si possono cogliere alcune tendenze di fondo, che la raccolta Asfaltorosa compendia nella loro apparente eterogeneità e nella loro unità sostanziale.

Un primo elemento che ne connota lo spirito come la lettera è la tendenza a un lusus verbale che pone in essere un sistematico straniamento nel quotidiano, attraverso la ripetuta violazione delle attese linguistiche del parlato ordinario. Nello stesso tempo, la parola straniata, distolta dal suo contesto ordinario e fissato da tic linguistici ormai consolidati, viene ridefinita da nuove coordinate semantiche e sintattiche, all’interno di una struttura di frase alquanto articolata, spinta deliberatamente al limite del contorto. “

***

Dalla postfazione di Vincenzo Sparagna:

“… Torno a rileggere e trovo questo “Ingoiare amaro amore come pane tra le righe” che potrebbe farmi pensare alle sofferenze degli abbandoni se non fosse che appena qualche pagina appresso ecco apparire la figura di un “autentico falsario” che “conosceva a menadito / i trucchi del mestiere”. E viene il sospetto che il falsario sia io stesso che mi racconto il sogno appena fatto o l’autrice o un suo doppio teatrale (amletico appunto) e che quello struggimento d’amore sia anch’esso un trucco, una figurazione surrealista, la distruzione della pittura attraverso la pittura medesima. Forse questi versi sono, come dice uno di loro, solo “la nuvola che ci nasconde la notte”, oppure sono semplicemente “l’inatteso imprevisto …”.

***

Alcune poesie:

Scivola

Tutto sulla plastica scivola

anche il sangue.

Tutto scorre

ma non ci bagna il fiume

nell’apnea dei tempi.

Tutto scivola sul petrolio

anche il sudore

della vertigine dei suoli

scivola

sugli abissi dei vertici.

Tutto scivola

e niente pesa:

come il petrolio

galleggia sul mare

ed il petrolio

pesa più del mare.

Tutto scivola

e continua a scivolare…

La notizia

Strepitare di voli angelici

tocca suoli terreni

Senti le ali fluttuare

sul confine del regno.

Dove è segno una bianca piuma

sull’inchiostro nero

del nostro terreno vagare.

Fra le pagine sporche

del primo giornale del mattino …

… la notizia

Che suoni muta

Le daremo un nome

che suoni muto.

Che non si perda all’orgia

dei pentagrammi.

Che non batta fra denti e labbra

nei palati già umidi di parola

(fra le arcate

voce

che gola strozza).

Chiuderemo a chiave la nota:

che suoni muta

incastonata

fra il pilastro delle dita

e la cornice della bocca.

Contrapposti.

Muti e casti

http://arcolaio.ning.com/profiles/blogs/esce-oggi-il-primo-libro-di-francesca-canobbio-asfaltorosa

“ASFALTOROSA”, casa editrice L’arcolaio

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Per ordinare il mio libro di prossima uscita scrivete a info@editricelarcolaio.it

L'arcolaio

gianniprianoimmagine di copertina di Gianni Priano

prefazione di Daniele Ventre

Daniele Ventre (n. a Napoli nel 1974) ha pubblicato per l’ed. Mesogea la traduzione dell’Iliade di Omero (2010 -premio Achille Marazza 2011) e del Ciclope di Euripide (2013). Di prossima pubblicazione una sua traduzione dell’Odissea. Nel 2011 ha pubblicato per le Edizioni d’If di Napoli la raccolta “E fragile è lo stallo in riva al tempo”. Collabora con il blog Nazione Indiana.

postfazione di Vincenzo Sparagna

Disegnatore, scrittore e giornalista, nato nel 1946 a Napoli, ha vissuto a lungo a Roma. Oggi abita a Frigolandia, città immaginaria dell’Arte Maivista da lui fondata in Umbria in una ex colonia abbandonata alle pendici dei Monti Martani. Dopo aver partecipato ai movimenti rivoluzionari degli anni ’60 e ’70 in Italia e in vari paesi del mondo, è stato uno dei protagonisti delle invenzioni e dei “falsi” de Il Male dal 1978 al 1980, anno in cui ha fondato la rivista Frigidaire che tuttora dirige insieme al mensile di satira e idee Il Nuovo Male (in edicola dall’ottobre 2011). Ha pubblicato vari libri di politica, storia e satira. Ultimo in ordine di tempo “Frigidaire, l’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo”, Rizzoli 2008. Per saperne di più vedi il sito http://www.frigolandia.eu

Dalla raccolta “Asfaltorosa”

Francesca Canobbio - rosadstrada:

una mia nuova poesia sul blog ufficiale dello stimato professor Gabriele La Porta

Originally posted on l'unico Blog ufficiale di Gabriele La Porta:

Riverberazioni

Ti voglio intero
misurato d’occasioni mancate
naufrago di pigrizie come me
che cerco l’oro nel letto di rose
e il torcicollo delle rose al bocciolo
al soffitto che stilla stucchi di sole
e una spina al piede compresa
fra il mio riverbero frutto di una notte
riflessa all’infinito sul tuo corpo
di specchi infranti affilati di spade
che ci affondano insieme sempre-

Francesca Canobbio

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Dalla raccolta “Asfaltorosa”

Francesca Canobbio - rosadstrada:

La mia poesia sul prestigioso blog del professor Gabriele La Porta

Originally posted on l'unico Blog ufficiale di Gabriele La Porta:

Sotto i fuochi

Io non temo
dove riflette il raggio
per ogni colore un’iride
per ogni luce un nuovo
di nuovo inclinato cuneo di sole
per quanto del giorno soltanto
[e calcolano le parabole fino al rosso incendio
per quanto sarà ormai tutto vano
fino al nuovo giorno -
ti spende allo zenith
ma ruba occhi
per ciechi -]
Fatti di buio, senza ombra
quando
se l’immagine è un lapillo nel nero
tarlo di candele a lutto
non ridarà la scossa
alla sepoltura
ingrembo alla madre
terra del funerale
sotto i fuochi.

Francesca Canobbio

 

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PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino) di Marino Ramingo Giusti, alias Apolide Sedentario

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tratto da: http://turistipercaso.org/home/

CAPITOLO I

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno ma senza la cassa per il, tra due catene non interrotte di monti e scelte civiche, tutto a seni di bunga bunga e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi (causa crisi economica), e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par quasi un modellino di quella Grande Opera a unir Cariddi e Scilla che incide sulle tasse, ma che nessuno infin poi costruirà.
Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, e all’uso e costume italico che rese gli Emili Fede e i Bruni Vespa audience obbligatorio in tv, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa per dissesto idrogeologico.

Si racconta che il principe di Condé di Montezemolo dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi, e anche la notte prima degli incontri tra confindustriali: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina.
Il presidente traghettatore del PD in vece non sapeva altro ancora se non che l’indomani sarebbe giorno di battaglia.
Confidare a Renzi l’occorrente. “Vedremo, – diceva tra sé: – egli pensa a essere leader del Partito; ma io penso alla pelle: il più interessato son io”.
Lo Renzi o, come dicevan tutti, Renzi non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi alle primarie, v’andò, con la lieta furia d’un sindaco giovine, che deve in quel giorno far sua la Direzione. Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ compagni, ed esercitava la professione di filatore di seta (nel senso rinogaetaniano dell’ “E filava filava”, che come sappiamo il crotonese Autore riferiva alla precedente DC).
Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; l’immigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese; ma per tutti i tempi si prospettavan cupi, a sentir quanto dicevano le agenzie di rating.
Comparve Renzi davanti al Direttivo del PD, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo aifon bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, per rinfacciare la propria giovinezza ed immacolatezza agli occhi stolti degli imbelli elettori.

- Di che volete parlare?
- Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?
- Oggi? – replicò D’Alema, come se ne sentisse parlare per la prima volta. – Oggi, oggi… abbiate pazienza, ma oggi non posso.
- Oggi non può! Cos’è nato?
- Prima di tutto ho i baffetti storti, vedete.
- Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica…
- E poi, e poi, e poi…
- E poi che cosa?
- E poi c’è degli imbrogli.
- Degl’imbrogli? Che imbrogli ci può essere che non siano normali, in questo paese imbroglione, e in un Partito, poi, perdipiù?
- Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s’ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de’ rimproveri, e peggio.
- Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è.
- Sapete voi, Renzi, quante e quante formalità ci vogliono per dirigere i servizi segreti?
- Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa, – disse Renzi, cominciando ad alterarsi, – poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?
- Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora… basta, so quel che dico. Noi poveri ex primi ministri bombardatori di Belgrado siamo tra l’ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori… basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.
- Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.
- Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
- Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
- Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, porcellum, suspicio, condicio, Si sis affinis,… – cominciava la Finocchiaro, seduta alla destra di D’Alema, contando sulla punta delle dita, e pareva Lotito.
- Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine Renzi. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
- Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.
- Orsù!…
- Via, caro Renzi, non andate in collera, che son pronto a fare… tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!… quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di guidare i Democratici per rispondere a Grillo…
- Che discorsi son questi, signor mio? – proruppe Renzi, con un volto tra l’attonito e l’adirato.
- Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.
- In somma…
- In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge elettorale non l’ho fatta io.
- Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?
- Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due de pedis.
- Le ho detto che non voglio latino. E che vorrebbe ch’io facessi?
- Che aveste pazienza per qualche legislatura. Figliuol caro, qualche legislatura non è poi l’eternità, tanto più se creiamo crisi di governo sempre più frequentemente, e lei in questo mi par potra far la sua parte: abbiate pazienza.

(continua) —

(c) Apolide Sedentario – Manzone Ramingo 2013

Ragioni di rugiade – a corte

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Mi regalerei mille stanze
e spazi a riverbero
di giostre di porte
di varchi a decori
più vive dei fiori
in mostre di stagioni
a sole e brine
ragioni di
rugiade d’ un calore
che solo la corte
degli occhi
non smette
alla corte mia
d’amore
infinita

Scena di guerra- una poesia di Gianfranco Fabbri

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Trovammo, giù oltre le vecchie scale della fonte, un giovane tenente morto da due giorni, con il torace sconvolto dalla mina;

lo squarcio aveva avuto ragione del costato; cuore e polmoni più non si conoscevano sovrani di se stessi;

l’occhio, spalancato oltre l’umile fissità, era lo zimbello delle mosche pazze di vita.

Qualcuno venne – tirò su quei resti e li avvolse in un lenzuolo d’incerato.

Vedendo la compagine sparire, ci sentimmo più poveri e della povertà sicari.

In Margine ad Asfaltorosa – di Mirko Servetti

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ipercoopLOGOARCOLAIOIn margine ad ASFALTO ROSA

 

di MIRKO MIROSLAV SERVETTI

 

 

 

“Un bacio ad apparir bocca di un cobalto…”

 

 

I

 

Quando il linguaggio cessa di esistere nella sua forma servile, vien meno anche il sistema difensivo sul quale si instaura la sintassi. Non c’è più un tempo vuoto e omogeneo da riempire con le sedimentazioni dell’esperienza e del significare. Dissenso dal parlare, allora: da cui scaturisce una scrittura inattesa, impossibile, costellata di ricordi senza alcuna presa sulla memoria (Ho cambiato il colore dei miei occhi su una pagine di legno che frutta marciapiedi per i sorrisi mai recapitati alla posta del mio cuore a trampoli  1). L’ora, in stato di quiete e di non coincidenza con ilpresente, viene incontrato dal ricordo al di fuori di qualsiasi durata (Lui è un trompe l’oeil, che vedo solo io e che esce dal foglio con la mano aperta a portarmi il saluto delle parole turchine 2). L’ebbrezza, il senso di essa, insita nel complesso della raccolta, è il tempo senza mondo in cui esso emerge.

 

II

 

Non si ha alcuna tessitura testuale dell’inconscio, alternativa a quella della memoria, perché è l’Altro da ogni tessitura ciò che viene a ritmarsi nel sussulto intermittente della Surrealtà (Scivola senza sosta/sibilando serpentina/questa mia lingua srotolata/sulle soglie stridenti/di un senso selvatico 3). E non è più all’interno dei “programmi” che accade l’incontro, folgorazione accecante (ché in quanto folgorazione, rivela la celata ‘seconda vista’ quale fattore di ‘ebbrezza’) dell’essere    flâneurperduto nella giungla anamnestica della meraviglia (ti strangolerò/con del filo -/il filo del/discorso/spezzato in/ogni briciola/del tuo silenzio - 4).Il frastuono delle barriere  si smorza, rimane soltanto un ‘brusìo’ insistente, fuori campo, estraneo al campo visivo del mondo. La scrittura di Francesca Canobbio si manifesta come sorta di ierofania profana che disattende la salvezza del libro, arrischiandosi nell’opacità del ricordo fin dal primo istante, utopia dell’umano imbroglio delle parole che vorrebbero restituirne il volto, se non il senso  (Quando ti prende il sentimento/e l’alibi hai perso/sul tuo stesso cadavere 5). Scrittura come ‘malattia mortale’, frammento apolide nel deserto muto delle metropoli e dei luoghi ‘di senso’, sussulto che squassa la gola. Follia dell’inorganico, forse, o trasparenza che si risolve in un nulla da vedere, tranne il vuoto che complotta, insistente e invisibile, erodendo la compatta vanità dell’esserci (Il profilo dell’assenza/è abuso della maschera/è metafora che moltiplica/il carnevale dell’ombra/… 6).

 

                                                                                                                Mirko Servetti

 

 

Indice delle citazioni

1)                da “Quella risata che parte dalla fine”, pag. 27

2)                ibid. pag. 28

3)                da “Sonora”, pag. 43

4)                da “Accento minimo (del plagio)”, pag. 60

5)                da “Quando ti prende il sentimento”, pag. 61

6)                da “Il profilo dell’assenza”, pag. 85

da Arcolaio.ning
http://arcolaio.ning.com/profiles/blog/show?id=4508738%3ABlogPost%3A22293&xgs=1&xg_source=msg_share_post

 

 

 

manuale di insolubilità.27

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Originally posted on greta rosso:

continua a non finire
la strada, la luce, e posso dire
di non aver compreso
come si possano sfasciare di parole
le cose, sfigurarle, far man bassa
di figure, capitelli, asfaltare
un uomo, tangere, frondare,
giungere al delirio frontale
dove non voglio stare.

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Ghérasim Luca – Appassionatamente – trad. di Daniele Ventre

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no no nononò passo
nonò ppasso passo nonò
il passo no il passo falso il no
nonono, il passo il mal
il malva il malvagio no
nono passo il passo il papà
il malvagio papà il malva il no
nono passa nopassopassa
passa passa passa lui lui no passo
passa lui il passo del no del papa
del papa sul papà del no del passo
passapassa passi il sopra il
il passo il passi passi passi pisciate sul
papa su papa sul sicuro la sicuro
la pipa del papà del papa pisciate in massa
passa passa passi passapassi la passo
la basso passi passapassi la
passio passiofagotto il basso
il passo passione il fagotto e
il no il basso do passo
nono do passo passio passione do
non do non domi non passi non dominate no
non dominate no vostre passioni passive non
non domino vostra passio vostra vostra
ssio vostra passio non dodò vostro
vostro domino d’oro
è dandanno do dodoro
do no passo non domi
no nopasso passio
vostro no non do non do non dominate no
vostri passi passioni vostri no vostri
vostri passi divo divoranti non do
non dominate no i vostri ratti
non i vostri ratti
non do divoranti non do non dominate no
non dominate no le vostre passioni ragioni vostre
non daminate no le vostre non le vostre non do do
minate minate le vostre nazioni ne mai do
minate non do non mi no no i vostri ratti
le vostre appassionanti ragioni di ratti di no
no passa passio minate passo
minate no vostre passioni vostre
vostri razionali ragù di ratti divo
divorateli divo dido do domi
non dominate questo ha questo pregustare
di ragù di no di passo di
passi di pasigrafia gra fifia
grafia fia di fia
fifia fan fantafan
fantafan coco
fantascopio fifia
fofo fifia foto do do
dominate do foto minate fifia
fotomicrografate i vostri gusti
queste pulci coreografiche fifia
dei vostri disgusti dei vostri danni no
no sta passio passione di da
coco sco da i danni no
il passo no passionà passione
passione appassionato nato nato
è nato della nato
della nega da della nega
della negazione passione gra spu
sputate spu sputate sulle vostre nazioni spu
della neve è è nato
appassionato nato è nato
a rana a rabbia è
nato lui alla nato alla necrorana cra rabbia è
è nato lui della nato della nega
nega ga cra sputate della nato
della ga passo nega negazione passione
appassionata naso appassioniamo io
io t’à io t’amo io
io io jet io t’à gettate
io t’amo appassioniamo t’amo
io t’amo io io gioco passione io amo
appassionato ato ato amo amare
emergere amare io io io amo
amare emergere e e e passo
passi passi a a a a amo
ama emersione passione
appassionato ato io
io t’à io t’amo io t’amo
passa passio o passio
passio o mia gr
mia gra spu sputate sulle ragioni
mia grande mia gra mia te
mia te mia gra
mia grande mia te
mia terribile passione appassionata
io t’à io terri terribile passio io
io io t’amo
io t’amo io t’à io
t’amo amo amo io t’amo
appassionato ato amo io
t’amo appassioniamo
io t’amo
appassionatamente amante io
t’amo io t’amo appassionatamente
io t’à io t’amo appassionato nato
io t’amo appassionato
io t’amo appassionatamente io t’amo
io t’amo passio appassionatamente

Rotta a tutto

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La rotta a tutto non può che ricomporsi in spezzoni che sfasciati a ogni nastro la parte del pezzo la scheggia in un ritaglio di brano spartito ci vuole la scheggia ed il tocco per il servizio d’articolo determinato a tempo indeterminato luogo comune a chiunque  eppure solo per pochi uscire dalle righe trovare la linea ed il fregio per solcare ogni fila e passare davanti davanti davanti in fronte averlo scritto

Tutti giù sempre

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per tessere al parco filo club l’entrata in una nuova room in  un saloon  contavamo gli attimi e poi i secondi primi dopo primi noi x terzi in periodi distanti d’istanti stanti tanti stenti quanti i lenti calanti concatenanti le perle ed i punti dei pianti issati sui colli preziose le strette dei denti sul riso mondato mandato dal cielo
miracoloso ad ogni fine che è confine di un nuovo fuso e uno filo nodo in gola per una trama quanta storia gloria e miseria della materia lo studio di una puntata sulla bandiera e sulla luna per un marziano e bach che suona mentre muore il gas e l’acqua che sbolle nessuno la sala e non sale più niente non sale più niente non sale più niente scendono tutti giù sempre

Claudia Ruggeri – Il Matto ( prosette ) a cura di francesca canobbio

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                                      http://www.claudiaruggeri.it

claudia ruggeri

                                         

                                     IL Matto – Prosette

 

Rapsodia in*colore

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“Rapsodia di Satana” (1920) – Nino Oxilia

Mi svelasti delle tue coste accavallate su una pagina ancora chiusa ch’ora io t’introduco con le onde di una prosa di mani oceaniche  che esondano argini e si propagano concentriche al plesso del nodo di una tela di bastoni dritti coralli rossi la barriera che io sfondo sul fondo pirata dell’alto, del basso, di cartografie di piedi e di podi di nodi e di nodi nella mia tessitura a miliardi di luce di suono di tuono predetto dal fato di un segreto nato nel ventre nel mentre s’accoglie il reato di un ratto e resti rapito incantato dal fiato sospeso strozzato dal giro di boa del serpente sibilante che t’ha sigillato, siglato, sussurrandoti notti e notti ancora e ancora al viaggio calato che t’avrebbe portato nella terra del nostro peccato che avremo sorvolato e poi ancora sceso, scalato, nel colore e nel suono, nel timbro
di un vincent dall’auricolo mozzato, spiraliformi stelle del creato che estorcono il fiato per portarlo lontano fino al coro serafico di un santo dalle reliquie custodite del ventre di una rocca che benedicono l’acqua con cui berrai il mio vino robusto, fusto di legno pregiato calafatato per rotte ebbre di battelli a divenir e dì venir completo fra folle lunatico fanatico solare estatico da morire dal ridere questa temperatura e temperanza e temperamatite e temp’ era matite e temp’ era e per giove se pioverà
sulle galline e sulle uova di mamma e papà al latte di una poppea dovrai la poppa e la flotta sempre in rotta con i mari e al vincitore della regata una regalata poltrona sul jet del jek pot pourri

“Esilio di voce” nella lettura di Rosa Pierno

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Esilio di voce

Rosa Pierno

Nell’ultimo libro di Francesco Marotta “Esilio di voce”, Smasher 2011, risalta, immediato, il forte motivo della scrittura ingaggiante con la realtà una lotta per l’egemonia, poiché si direbbe che il senso appartenga soltanto alla scrittura, a una realtà artificiata, dunque. Innanzitutto è una scrittura che s’accampa su qualsiasi superficie: pelle, occhi, carne e si appropria di vocaboli che appartengono alla natura: argine, margine, sentiero, pietra, acqua, cielo. Ma soglie, ombra, specchio in qualche modo ne fanno echeggiare come un falsetto la nuda sostanza, pura inconsistenza, denunciandone la falsa legittimità ad accamparsi in vece del reale. Già in difficoltà, il linguaggio viene aggredito dal poeta che ne mostra con grande tensione le lacune, le fallacie, gli scarti dal senso comune in agguato. Torsioni imposte al linguaggio non ottengono che di mettere in nuce fatiche, eccedenze, discordanze e, forse, un’offerta di silenzio. Ma anche il silenzio, come pausa…

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Il Parnaso di Claudio Pozzani – Genova, Palazzo Ducale

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Stanza della Poesia – 21/09/2013

pozzani

Claudio Pozzani

Poeta, scrittore e artista contemporaneo. Direttore artistico del Festival Internazionale di Poesia di Genova e della rassegna European Voices. Presidente Circolo dei Viaggiatori nel Tempo (Italia) e Poésir (Francia). Artista fondatore del progetto internazionale S-Volta celeste

http://www.pozzani.org/pozzani/bioitalia.htm

Odissea – traduzione di Daniele Ventre ( Estratto) – Edizioni Mesogea

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Dalla traduzione in esametri dell’Odissea di Daniele Ventre, in corso di pubblicazione per la casa ed. Mesogea

Omero

Odisseo e Laerte


(Odissea, XXIV, 219-348)

Come ebbe detto, l’eroe lasciò le armi d’Ares ai servi;
dentro la casa essi in fretta entrarono; Odisseo, frattanto,
s’avvicinava al fecondo frutteto, a provare suo padre.
E tuttavia, traversando il grande filare, non vide
Dolio, né i figli, né gli altri serventi, poiché tutti, allora,
a raccattare dei sassi, per farne un recinto al frutteto,
erano andati e i suoi uomini il vecchio guidava per via.
Solo suo padre egli vide, in quel ben tenuto frutteto,
presso una pianta zappava; vestiva un chitone sdrucito
e rattoppato, indecente, e intorno alle gambe allacciava
delle gambiere cucite in cuoio, a sottrarsi dai graffi,
contro le spine portava i guanti alle mani; e di sopra,
sulla sua testa, un berretto di capra, accrescendo la pena.
E non appena lo scorse, lo splendido Odisseo costante,
dalla vecchiaia disfatto, soffrire aspra angoscia nel cuore,
pianto stillò, si fermò all’ombra d’un pero in rigoglio.
Ed esitò, nel suo cuore, nell’animo, allora, dubbioso,
se ricoprire di baci il padre e abbracciarlo e narrargli
tutto, in che modo giungesse, tornasse alla terra dei padri,
o interrogarlo, da prima, e su tutto metterlo a prova.
Egli così dubitava, e gli parve fosse più saggio
metterlo prima alla prova, parlandogli argute parole.
Con quel proposito mosse lo splendido Odisseo a incontrarlo.
A capo chino zappava intorno alla pianta, Laerte;
dunque, accostandosi, a lui si rivolse il fulgido figlio:
“Vecchio, non mostri di certo imperizia nell’accudire
questo filare, ma è ben curato, e certo nessuna
pianta in giardino difetta di cure, né fico, né vite,
non un olivo, nemmeno un pero, neppure un’aiola.
Altro, però, ti dirò, ma non porti collera in cuore:
tu, per contrario, non sei ben curato, insieme vecchiaia
lugubre soffri e t’avvince squallore, ed hai misere vesti.
A trascurarti non è, per la tua pigrizia, un padrone,
né per aspetto e statura mi sembra ti segni, a vederti,
vita servile: somigli a un uomo di rango regale!
Già, tu somigli ad un uomo che appena lavato e nutrito,
dorma fra morbide coltri, com’è privilegio dei vecchi.
Questo, però, dimmi, adesso, e svelami in tutta chiarezza
di quale uomo sei servo? E per chi il filare accudisci?
E dammi poi veritiera risposta, a che io sappia bene,
se veramente noi siamo in Itaca, come mi disse,
mentre venivo quaggiù, un uomo che ho appena incontrato,
uno di cuore ben duro, ché non accettò di spiegarmi
tutto, e nemmeno di udire parola da me, quando chiesi,
quanto ad un ospite mio, se ancora sia al mondo, e sia vivo,
o se è perito, oramai, ed è nelle case dell’Ade.
Già, poiché questo ti dico, e adesso comprendimi, e ascolta:
là nella terra dei padri io diedi accoglienza ad un uomo,
al mio palazzo era giunto, e no, nessun altro mortale,
fra gli stranieri lontani, più caro mai in casa mi giunse;
e si vantava di stirpe itacese e ancora diceva
che fosse suo genitore il figlio d’Archesio, Laerte.
Io lo condussi alla mia dimora e un buon ospite fui,
con ogni cura l’accolsi, poiché c’era molto a palazzo,
quindi gli feci dei doni ospitali, come conviene.
Oro di buona fattura gli diedi per sette talenti,
tutto d’argento gli diedi un cratere, ornato di fiori,
dodici semplici manti, con essi altrettanti tappeti,
poi anche splendidi lini e ancora, altrettanti chitoni,
quindi, in aggiunta, anche donne d’un arte impeccabile esperte,
quattro, d’aspetto leggiadro, che scegliersi volle egli stesso”.
Gli rispondeva a sua volta il padre, che pianto stillava:
“Certo, straniero, hai raggiunta la terra di cui mi domandi,
ma la governano ormai degli uomini folli e superbi.
Vani, quei doni di cui fosti largo, dandone tanti;
se in terra d’Itaca vivo l’avessi potuto incontrare,
ben ricambiandoti i doni, t’avrebbe da sé congedato,
con accoglienza gentile: è giusto, per chi dona primo!
Questo, però, dimmi, adesso, e svelami in tutta chiarezza:
quanti son gli anni trascorsi dal tempo che tu l’accogliesti,
l’ospite tuo sventurato, mio figlio, se pure fu mai?
Misero: certo lontano dai cari, da terre di padri,
l’hanno mangiato nel mare i pesci, o magari sul lido,
preda divenne di belve e uccelli e non l’hanno composto
non l’hanno pianto la madre e il padre che l’han generato;
ricca di doni, la sposa, Penelope, ricca di senno,
no, non ha pianto lo sposo sul feretro, come conviene,
e non ha chiuso i suoi occhi: è questo l’onore dei morti!
E dammi poi veritiera risposta a che io sappia bene,
chi sei al mondo, e di dove. E dove hai città, genitori?
L’agile nave dov’è, sì, quella che te qui condusse,
e, pari a dèi, i tuoi compagni? O come mercante sei giunto
sopra una nave straniera, e andarono via, te sbarcando?”.
E gli diceva in risposta Odisseo ricco d’ingegno:
“Certo, ti risponderò con piena chiarezza su tutto.
Sin da Alibante provengo – ho là mie gloriose dimore –,
io, del sovrano Afidante, del Polipemonide, figlio;
il nome mio è invece Eperito; dalla Sicania
via mi respinse qui un dio, perché vi giungessi nolente:
dalla città sta lontana, dal lato dei campi, la nave.
Ma per Odisseo questo è oramai il quinto anno che volge,
dopo che via se n’andò, e dalla mia patria si mosse,
misero; eppure partì con lieti presagi d’uccelli,
tutti da destra, di cui io gioivo, nel congedarlo,
egli gioì, nel partire: e l’animo nostro sperava
di rinnovare accoglienza e scambiare doni stupendi!”.
Disse e piombò su Laerte una nera nube d’angoscia;
egli con ambe le mani afferrò la cenere bruna
se la gettò sulla fronte canuta, fra mille lamenti.
Ne fu sconvolto nell’animo, Odisseo, e per le narici
acre l’impulso del pianto salì, nel vedere suo padre.
E lo baciò, l’abbracciò, protesosi a lui, poi gli disse:
“Ah, sono io, sono io, padre mio, colui di cui chiedi,
io che la terra dei padri ho raggiunta dopo vent’anni!
Ora, su, frena il lamento e il tuo lacrimevole pianto.
Già, poiché questo ti dico, ed è tempo ormai d’affrettarci:
dentro la nostra dimora ho fatto sterminio dei Proci,
l’onta angosciosa ho così punita, e gli indegni misfatti!”.
Ed a sua volta rispose Laerte e spiegò la sua voce:
“Se sei Odisseo davvero, il figliolo mio che ritorna,
ora tu dammene un segno visibile, sì che ti creda”.
E gli diceva in risposta Odisseo ricco d’ingegno:
“Con i tuoi occhi da prima esamina la cicatrice
che sul Parnaso m’inferse un verro col candido dente,
quando vi andai: tu m’avevi inviato e la nobile madre,
là, dal mio nonno materno, Autolico, per ottenerne
doni, che giunto fra noi m’aveva promessi e accennati.
Ed anche gli alberi, via, qui nel ben tenuto frutteto,
ti elencherò, che m’hai dati un tempo, e di tutti io chiedevo,
giovane ancora, nell’orto seguendoti; noi fra le piante
camminavamo, tu ognuna indicavi a nome e svelavi.
Tredici peri tu m’hai donato ed in più dieci meli,
fichi, quaranta; e filari di vite ne avresti a me dati,
mi promettevi, cinquanta, e in tempi diversi da ognuno
si vendemmiava. Da quelli ogni specie d’uve nasceva
quando stagioni di Zeus li avevano resi maturi”.
Sì, così disse, ed a lui si sciolsero cuore e ginocchia:
ben riconobbe quei segni sicuri che Odisseo svelava.
E circondò con le braccia suo figlio; ed allora lo resse
ch’era oramai senza fiato, lo splendido Odisseo costante.

( in appendice a ” E quel poco d’amore che c’è”, di Emanuele Bianco, Fandango Libri, 2013)

Daniele Ventre (n. a Napoli nel 1974) ha pubblicato per l’ed. Mesogea la traduzione dell’Iliade di Omero (2010 -premio Achille Marazza 2011) e del Ciclope di Euripide (2013). Di prossima pubblicazione una sua traduzione dell’Odissea. Nel 2011 ha pubblicato per le Edizioni d’If di Napoli la raccolta “E fragile è lo stallo in riva al tempo”. Collabora con il blog Nazione Indiana.

Frammento di un rilievo di sarcofago,  Ulisse e Laerte  metà del II secolo d.C.  Roma, Museo Barracco

Frammento di un rilievo di sarcofago,
Ulisse e Laerte
metà del II secolo d.C.
Roma, Museo Barracco

inaura

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Francesca Canobbio - rosadstrada:

poesie di Francesco Marotta

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Deserto

“Tutto è cominciato qui
ma tutto finisce altrove,
in qualche porzione di millennio.”

(Emilio Villa)

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NATURE – una poesia di Dario Borso

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Quando ti tuffi giù per la stradina

col bidoncino d’alluminio vuoto

sul manubrio della mountain bike

e costeggiando il cimitero

scompari in un polverone, penso:

sarà la tua privata milky way

(il sostituto artificiale del Prod. Nat.)

o dalle tombe esala un memento mori

(che non verrà mai latte da quei tori)?

. . . . . .

Ma quando torni carico e raggiante, penso:

bisognerà bollirlo, questo tarlo!

Nota dell’autore:
vi saluto con una poesiola mia, piaceva a raboni che però mi deve aver confuso con un galletto valpluga. e invece, ve ne sarete accorti, gallo sono, gallo e basta e resterò. un’unica avvertenza, di cui son certo: è l’unica poesia a mia conoscenza che abbia un titolo trilingue, ognuno con un suo senso esplicito che ben s’attaglia al testo. grazie di tutto e adieu!

poesie della consumazione

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Vicente Aleixandre (francobollo del 1985)

Vicente Aleixandre (francobollo del 1985)

Vicente Aleixandre

Ma se il dolore di vivere come spume scambiabili
poggia sull’esperienza di morire ogni giorno,
non basta una parola a onorarne il ricordo,
perché la morte in lampi come luce ci assedia.

***

La prima produzione poetica di Vicente Aleixandre si inquadra in quel processo di rinnovamento operato da alcuni tra i più noti poeti spagnoli della prima metà del Novecento [Machado, Jiménez, Guillén, Diego, Alonso, e i più noti Cernuda, Salinas, Lorca e Alberti] che la critica spagnola sin dagli albori raggruppò per un giudizio di contiguità generazionale, sotto la denominazione di Generazione del 27;

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Che è proprio un peccato

E adesso
che posa volete che assuma?
come mi devo girare
quanto devo andare giù?
Quanto
continuare a scendere
ad affondare
nel vostro basso
ventre
e mentre.
Come vi devo guardare
con quale sguardo smaliziato
con quali occhi
la pupilla vibrante
in questa oscenità
che continua
che mi porta
a succhiare l’ipotesi della vita
ad essere risucchiata
ipotizzando ogni possibile morte
toccando la pelle
che ho letto
che mi ha letto
senza tatto
dopo ogni letto
sfatto
finito
esausto
L’eiaculazione di un pensiero
nel mio cervello
è molto più precoce
quando godo a parole
quelle parole
che non esistono quasi più
dimenticate fra le cosce
delle vostre mancate masturbazioni mentali
che mi impediscono
di riempirmi di voi
e dei vostri semi
dei frutti
di questa stagione
che è proprio un peccato

Opaco (al Capo giro)

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Risalire i
tratti
e i
tratteggi
di questa
vi(t)a
sino al
punto.

Di fuga.
solipsistica
mossa
zebrata
fra il bianco
e il nero
di un
piccolo
passaggio
rubato

nel tuo
segreto
nelle tue
segrete
intimate
dall’Alto

Al fermo
immagine

immaginare

immaginato
sino
all’ultimo

titolo
di coda
dalla testa
ai piedi

ri
verso

la posa degli anni

al basso
in rilievo
sollevato

in sorto
inn’alzato
dal futuro
al passato.

Capitolare.

Al capitombolo
al capo-
linea

(ment(r)e scendo)

Capo
volto
.verso

saldo
salto
ometto

svengo

tendo
pendo

giungendo
man
mano
man

al
Capo
giro

copertina (1)

Scappo

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Percome
nel blocco degli astri
tu fosti nell’orbita cieca
stella nell’occhio di blue
che orbo
torba tempesta di tratti
discendesti il colore
della mano
segnata
sino al più cupo
dei neri
al taglio del mazzo
come linfa sgorgò
nel fiore degli anni
come linfa che disfa
allo strappo
dalla terra fremente
di sterpi fra i sassi
rotolante
allo sfratto
e derive
di suoli sconnessi
e giunchi
e rupi
e ghiaccio
a laccio
per fermare il fiotto
del sangue
che scorre
lento
e lento ancora
si àncora
e si disfa
ad estuario
per quel corpo
che si tiene
e appena
si tiene
a pena
di vita
per le vite
che ti ebbero
a grembo
di mano
che manca
di dita
ormai
resta
un pugno
sepolto
dalle mosche
imbandito
il fantasma dell’arto
e dell’arte
il fantasma
che ti scrive
con l’indice
all’indice
che ti rivolta
le pagine
fra le pieghe
e le piaghe
leccate
neanche
da un cane
fedele
e non ci sono
santi
per tutti i giorni
maledetti
che manderesti
a benedire
da qui
quel grande eremita
di dio
nella valanga
che frusta
ogni buon uomo
ogni buon uomo
cattivo
nella sua cattività
nella gabbia
vuota
della sua vita
nella gabbia
vuota
della mia
vita.
Così
io
scappo.

Korniss Péter: Sietve, 1973 (via Várfok Galeria)

Su Nazione Indiana – I poeti appartati – Claudia Ruggeri di Francesco Forlani

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Nazione Indiana
cr

qui:  http://www.nazioneindiana.com/2013/06/07/i-poeti-appartati-claudia-ruggeri/

Mio carissimo Francesco,
ti sono stretta con gioia “dolente” al sentito scritto su Claudia, la “Perla irregolare”, la “Barocca creatura” del tanto intricato, oscuro, tortuoso “Inferno Minore”, che nel nuovo libro di inediti “Canto senza voce”, che presenteremo con Elio Scarcilia e Maria Teresa Del Zingaro Ruggeri a Genova, il 12 luglio, possiamo indagare in quello che è il tempo dell’alba della sua poesia, nella genesi dell’idioma poetico della poetessa dal linguaggio totale che la renderà unica ed in posizione di assoluta singolarità e solitudine di voce nel panorama contemporaneo. Un’alba che, come la stessa Claudia scrive nel suo “Canto senza voce” nella poesia intitolata “VITA”, è comunque negata all’uomo ed alla sua esistenza:

 

“Non ha alba la vita
né tramonto.
Essa è un tramonto
all’alba
e invano tendi
supplice la mano
al lampo che ti acceca
nel breve istante
in cui ti dà le stelle.
Così gramo di tempo,
in un eterno
di te deserto,
vedi scolorire
allo spuntare dell’alba
il tuo tramonto.”

 

Ecco l’ombra che sempre Claudia si porta addosso: nei sui primi versi; nei canti di “Inferno minore”, dove l’autrice arriva a profetizzare la propria fine ( “e volli/il “folle volo” cieca sicura tuta/volli la fine delle streghe volli/il chiarore di chi ha gettato gli arnesi/di memoria di chi sfilò il suo manto/poggiò per sempre il libro (…).”); nelle lettere, come quella a Fortini, di cui tu indaghi, e di cui ti sono infinitamente riconoscente per il solenne spessore della gravità ed insieme meravigliosa-indicibile bellezza del video di Carmelo Bene, da te qui riportato, che sposa con enfasi suprema e solidarietà, sostegno, unione di spirito, l’atto del “Poeta suicida”, che solo nel gesto estremo trova via di scampo all’”Amaro Carnevale” della vita. Il Barocco di Claudia è appunto l’anticamera della modernità, dove ci si traveste per una recita vana, ma ormai inevitabile, nella quale ci si trova a condurre la propria esistenza, di impostura in impostura, come Claudia scrive in “congedo”:
“Le fer des mots de guerre se dissipe dans l’hereuse matièere sans retour.”

 

così dal colmo, ormai, nuoce
il dimandar parenzé, come
il Distrarsi. Lasciatemi
a questa strana circostanza. Qui
so, con il mio amore, e con chiunque
vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo
è solo il Carnevale. Ahi l’impostura
seguente che riduce che quagiuso nemena.

 

“Canto senza voce” si apre con la prosa inedita “Elogio della follia”, dove Claudia riconduce il termine “artista” al vocabolo “anemo”, “senza nessuno”, “vuoto”.«L’uomo è vuoto sempre, quindi anche l’ispirazione è vuoto e lo sarà anche la creazione (…) Cos’è l’artista? Vuoto. Cos’è la creazione. Niente. (…)»
L’abbaglio è quindi aggiungere al presente altro falso pieno e l’irreversibile impossibilità di creare. L’artista vive allora sospeso nel vuoto, così come il vuoto è l’essenza materica e spirituale, la matrice, la materia prima di cui sono fatte ispirazione e creazione.
Claudia sembra aver compiuto l’ultimo gesto della sua vita per ricongiungersi al quel Vuoto che per lei Tutto era irrimediabilmente Origine, rifondendosi con esso, nella sua personale consapevolezza di totale impotenza e nella convinzione che proprio il Vuoto è ciò che permette a chi ha iniziato di continuare a creare…

Francesca Canobbio

 

Astrosofia

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Cara
Stella Gemella.

I filosofi scrivono l’universo
insieme agli astronomi

ma ogni stella
è separata dallo spazio
del vuoto.

Il Big Bang
é il primo battito
del grande
cuore
Tutto

destinato
a strepitare
di cocci

frantumi
caotici
dell’unico
corpo
stellare
che fummo

La stella che con te implode
è il tuo amore
per di luce
il collasso
di un nero
buco
nel vuoto
di ciò che scompare
nel tuo tempo

ch’attira
ogni vicino
posto
corpo
era
che t’appartiene
ovunque essa sia
nello spazio

Se noi tutti fossimo
buchi neri
per contrasto
ci spegneremo
unendoci unisoni
al Topos del Terre Tutte.

Ma.
Stella Gemella

noi siamo in universi paralleli
e imploderemo sempre
alla distanza di miliardi di corpi
nella luce di anni distanti

uguali per età
nello spazio
degli spazi
delle nostre
vite

attraendoci
fino a fonderci
insieme

anche
se satelliti
e meteore
e sistemi solari
planetari
ci toccheranno

prima che noi
ci possiamo
unire
in fine

prima che
l’unico corpo celeste
nell’unica rosa

fisica

spoglia

si compenetri
in Tutto
da un buco nero
dato alla luce
figlio
di una stella
che figlierà
la tua
unica
Stella

Madre
e Figlia

mentre
Tu
leggi
di energia
mentre
Tutto
è legge
di energia

nel passato
nel presente
nel futuro

Stelle
Gemelle
siamo

con
o
senza
gravità.

Cara
Stella Gemella.

I filosofi scrivono l’universo
insieme agli astronomi
e questa poesia è così
fisica apposta
ed io non posso non parlarti
della vera
attrazione
dei nostri
corpi

questà
è la
gravità.

“Canto senza voce” inediti di Claudia Ruggeri in anteprima nazionale a Napoli il 19 giugno 2013

Originally posted on Epitaffi:

canto-senza-voce

«Un giorno riuscii a capire il segreto della musica, ed io e Bach in quella violenza di note eravamo alieni alle sfere di vita iniziate a crollare, e veniva fuori in coatto spontaneo il monito che sorreggeva me e il mondo, il cui baricentro era quasi al limite della zona d’appoggio, nella zona di silenzio. Poi l’armistizio  col connettere iniziò. E il nulla avanzò

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D-io * per il profilo di giadep

emaciatorr :

une hundred days after the childhood
(1974)

Si fa una commistione molto forte
del cielo e della terra
come quando fuori piove
come il mondo sulle carte.

Che sia verbo mappamondo
in continua espansione
universo all’infinito
per massa

fine
per unità.

Dio
sono Io
nell’Aldilà.

dedicato a  Giampaolo De Pietro

http://profilodiuncappello.wordpress.com